Rieccoci

Non siamo spariti e nemmeno partiti, è solo che quello che succede in Cina in tre giorni, in Italia - se sei fortunato - ti capita in 30 anni. I ritmi rallentano, l'entusiasmo cala, si riprende a fare una vita che qui chiamano normale ma io continuo a considerare come l'eccezione, un pit stop per ricaricare e fare benzina e poi ciao a tutti e si riparte.
.
Un breve sunto quindi per riprendere le fila della storia.
.
Ci eravamo lasciati con un Chen Xi spavaldo in pieno tentativo di integrazione nella giungla della Chinatown milanese. Direi che ad oggi le cose si stanno mettendo abbastanza bene per il maggiore dei ‘fratelli Chen‘, che si sta facendo una nomea di tutto riguardo, non tanto per i suoi exploit scolastici, largamente nella media, bensì per il ruolo di mattatore dei due continenti, che gli è persino valso un posto nella compatta rappresentanza cinese della recita di fine anno che ha augurato ‘sheng dan kuai le’ a tutta la classe.
.
Il mio piano diabolico di rebranding della lingua e della cultura cinese è sostanzialmente riuscito, almeno per il momento. Tra l’altro inviterei il governo cinese a prenderne atto e ad affidarmi progetti più impegnativi nella costruzione dei mattoni di una “soft power’ culturale del paese nella vecchia europa.
.
Il mio segreto? La costanza e un’altissima dose di frantumazione di palle per cui gli imperativi sono diventati: mai cedere alle lusinghe dell’omologazione imperante in questo paese, parlare cinese è parecchio figo e fornisce indubbi vantaggi pratici nel contesto italiano (potrai copiare indisturbato, potrei dire quello che ti pare ad alta voce ad esempio, insomma cose così), andare alla scuola di cinese del sabato, oltre a regalarmi una mezza giornata di semi libertà, prevede anche la partitella di calcio contro brufolosi quattordicenni wenzhounesi che sono costretti a prendere Chen Xi in squadra per mancanza di leve sufficienti.
.
Ad oggi la coscienza di Chen Xi si riassume nella frase “sono un bambino paRticolaRe”, espressione autoindotta del suo orgoglio mandarino che va detto con un certo dolore, ora pronuncia con una R bizzarra, prodotta dall’assidua frequentazione di una logopedista a cui ci ha costretto la maestra di italiano. Seppur salutando con nostalgia le indimenticabile sortite “c’è un odole ollendo”, “è un bambino ollibile” devo ammettere che la R artefatta che è uscita fuori ora fa quasi più ridere della sua assenza.
.
Un altro successo è stata la parziale rottura del velo di diffidenza che ci attorniava agli occhi dei cinesi locali dal nostro arrivo a Milano. Inizialmente la mia disponibilità a parlare cinese con le mamme dei compagni di scuola di Chen Xin, a tradurre i messaggi delle maestre in mandarino, non era stata accolta con l’entusiasmo che mi aspettavo (forse anche perché non capivano quello che scrivevo!). Per poter invitare il primo compagno di classe a giocare a casa abbiamo dovuto superare un test attitudinale. Prima è venuta la mamma, poi il papà, poi le sorelle a controllare, poi alla fine quando il bibolone se ne è tornato a casa bello felice e sudato, dopo 2 ore di inseguimenti in giro per la casa si sono tutti rilassati e oggi è ormai entrata nella norma, tanto che mi permetto di raccattare volontari senza attività pomeridiane all’uscita di scuola e trascinarli nelle grinfie di Chen Xi e Chen Yi per un pomeriggio mandarino.
.
In tutto questo rimane ammirevole la capacità del popolo cinese di evitare quella noiosa formalità che è la localizzazione e che in Italia avviene con le solite modalità selettive: prendo quello che mi piace e mi conviene il resto continuo a farlo a modo mio. Quindi benvenute le tradizioni culinarie italiane, i cinesi di Sarpi bevono il caffè, si vestono come e anche in modo più elegante dei milanesi più ossessionati dal look, ma la lingua di Dante è considerata dai più un fastidioso optional di cui è possibile fare a meno. E come dargli torto con il consueto senso pratico un papà ristoratore ai giardini mi ha detto: “a cosa serve l’italiano, mia figlia lo mando alla scuola inglese” e aggiunto “l’Italia è finita, io me ne torno in Cina, mia figlia vedrà”.
.
Saggezza orientale.