Tentazione di pane



Dal treno veloce Shanghai-Qingdao che mi ha portato fin qui in poco meno di sei ore, l'unica straniera che scende sono io.

La stazione è piccola, ha un'aria un po' dimessa e retrò, rispetto alle modernissime stazioni cinesi a cui sono abituata: monotone, ordinate, granitiche, lucidate, tutte un intreccio di tubi stroboscopici di metallo bianco. La stazione di Weifang non è niente di tutto questo. E mi ricorda quelle stazioni italiane di provincia, senza scale mobili, senza ascensori, senza distributori automatici né panchine. Tanto cemento. E ruggine.

Mi metto in coda sovietica per il taxi verso l'hotel e sono assediata dagli immancabili contrabbandieri di una corsa in nero. Una corsa in taxi, a Weifang, parte da 7 yuan, a Shanghai parte da 16. Più del doppio.

L'appuntamento con Claudio è alle 18:30 davanti allo Yuanfei hotel, non lontano da Kites Square, la Piazza degli Aquiloni. Lo riconosco a distanza, anche se non ci siamo mai visti. Con lui ci sono due giovanissimi aspiranti giornalisti che, armati di telecamera e microfono di peluche, lasciano che ci salutiamo e poi ci chiedono di ripetere la scena del saluto per le riprese. Claudio mi impartisce dinuovo le istruzioni come Sergio Leone sul set di un film western. Ci ri-salutiamo alla moviola, questa volta per finta. E poi mi intervistano. Un'intervista che spero non vada mai in onda su nessun canale al mondo. Claudio mi aveva avvertita che ci sarebbe stata una TV locale al seguito per due giorni, ma è tutto surreale. Ma Fei è molto divertita e anche lei si lascia intervistare, non so su cosa. Probabilmente neppure lei lo sa.



Sono venuta a conoscere Claudio Operti e la città di cui ho avuto la pretesa di scrivere senza averci messo piede. Un po' come faceva Emilio Salgari che parlava di Malesia, standosene nella comfort zone della Mole. Troppo facile così...

Tanto per cominciare, devo ritrattare subito sulla qualità dell'aria e chiedere venia al sindaco: Weifang non è inquinata come ho scritto qualche mese fa. E la città non è nemmeno così squadrata e ordinata. La zona industriale dove si trova la Weichai potrebbe essere Zurigo, è un intersecarsi di linee ortogonali e di viali simmetrici, ma usciti dal microcosmo Weichai, il centro è come quello di molte altre città cinesi minori: un affastellarsi di cantieri e gru, di strade che alternano picchi di traffico ad altri di stasi assoluta, insegne cinesi, luci al neon, clacson, costruzioni non finite, altre finite senza il rispetto del minimo canone estetico, motorini, carretti, gente che aspetta alla fermata dell'autobus...





Skip intro nel centro città, una città nata dal nulla nel 1946 perché ci è venuta la Weichai, l'azienda di stato che fattura 17 miliardi di dollari l'anno, 65,000 dipendenti e che all'estero quasi nessuno conosce, ma che in Cina è il più grande produttore di motori diesel (per bus, camion e navi). L'obiettivo di Weichai è diventare il primo produttore mondiale di motori diesel. E Claudio è qui per questo.

Cerchiamo un ristorante tipico. E alla fine lo troviamo su uno spiazzo davanti a un fiume. Ci sediamo a un tavolo di plastica bianca. I camerieri servono a torso nudo. Flaccidi. Ma Fei ci aiuta a ordinare le specialità locali su uno sfondo di luci fucsia al neon e di un luna park.

"Che fiume è?" chiedo. "E' un fiume artificiale" - mi risponde Claudio - "Il fiume vero è stato interrato perché malridotto e sopra ne hanno messo a scorrere uno ripulito".

Arriva il cameriere a torso nudo con le prime portate: un'insalata di cetrioli cosparsi di burro d'arachidi che Claudio ci dice essere immancabile su ogni tavola di Weifang, e poi spiedini di agnello (speriamo che sia agnello...), spiedini di tofu spolverati di peperoncino, vongole (che non tocco, perché non ci tengo a prendermi l'epatite a Weifang), funghi (che non tocco perché sono allergica, e anche questo Ma Fei non può saperlo), e una grande melanzana al forno che sarebbe perfetta, se non fosse per quello spesso strato di aglio con cui l'hanno ricoperta, benché Ma Fei abbia chiesto "senza aglio".

Le tre birre che abbiamo ordinato si rivelano essere tre caraffe da un litro e mezzo l'una. "Non la finiremo mai tutta questa birra" penso. E invece quella birra finisce. E anche molto prima di quanto immagini. E' meno alcolica di una Schweppes: fa appena tre gradi! E ci sarà persino spazio per una Corona, dopo cena, sulla Rive Gauche, dove c'è l'unico posto di ritrovo per i quattro stranieri in croce che vivono a Weifang, per lo più insegnanti di inglese e per lo più di passaggio: un pub di nome Champs.

Mentre ceniamo sul fiume artificiale, ogni cinque minuti, ci romba sulla testa un caccia da guerra. "Controllano i cieli coreani", ci spiega Claudio.



Il giorno dopo, andiamo a trovare Claudio in Weichai e, passati i controlli in stile aereoportuale, entriamo nel recinto verde e ordinato della fabbrica che è tutto a Weifang. "Quali altre società ci sono qui oltre a Weichai?" - chiedo. "Weichai, Weichai e Weichai" risponde Claudio. "Al massimo qualche nostro fornitore, ma questa città vive per e di Weichai". C'è anche l'acqua aziendale "Weichai" in sala riunioni.

Claudio ci riceve con l'uniforme (camicia blu con logo Weichai). Sono tutti vestiti così. E' una fabbrica ordinata. Recluta duecento giovani ingegneri cinesi all'anno e il reparto Ricerca e Sviluppo ha duemila persone (solo a Weifang), laboratori all'avanguardia.

Claudio è felice a Weifang e non posso che ammirare la sua capacità di adattarsi così bene a un mondo così diverso. La gente qui è molto gentile e ancora molto ben disposta verso lo straniero, non come da noi a Shanghai dove lo straniero è ormai mal sopportato. C'è molta voglia di internazionalizzarsi. Lo vedo facendo un giro negli shopping center che sono un tuffo naïf nella Cina di dieci anni fa per chi vive in città come Pechino e Shanghai. L'estero è idealizzato: è un mondo più moderno, più elegante, più tutto...



Salutato Claudio, io e Ma Fei rientriamo in albergo e cerchiamo un ristorante nel vicino centro commerciale Wanda prima di andare in stazione. Optiamo per un ristorante che ha uno scenografico bambù finto, voliere e setacci per il tè appesi al soffitto. Ma Fei ordina. Il primo piatto che ci viene servito è un dessert: un cubo di pane, una specie di pancarré dolcificato, nella cui mollica sono stati intagliati cubetti, servito con una pallina di gelato sopra. Cominciamo da lì. Assaggio con le bacchette. Le stesse con cui poco dopo passerò al secondo, che in realtà è un primo: spaghetti freddi piccantissimi, ma non male devo dire. "Per noi, non è un dessert" - mi spiega Ma Fei - "Prima vengono i gusti delicati, poi quelli più forti". In questa logica che non fa una grinza, il cubo di pancarré con gelato alla vaniglia (il cui nome è "tentazione di pane") deve necessariamente precedere lo spaghetto freddo e piccante. Come dessert, avremo dei fagiolini serviti con burro d'arachidi e peperoncino.