A capo della Ricerca e Sviluppo nella campagna cinese



"Il mio capo la chiamava “Lignì”, la sua segretaria “Lingì”… “E' fuori Pechino…”, mi avevano detto, ma non era esattamente così..."

Pechino è a 600 km da Linyi e, anche se tu Linyi non l'hai mai sentita nominare e fai fatica a trovarla su Google Map, è una città di undici milioni di abitanti, nella Provincia dello Shandong, a due ore dalla più nota Qingdao e a 35 km dalla meno nota Linshu.

Linyi, con il suo "grand hotel" Huasheng Jiang Quan", è stata la prima tappa dell'esperienza cinese di Alessio Pulcini, una sorta di camera di decompressione, prima di trasferirsi nella ancor più provinciale Linshu.

Perché Linshu? Perché qui la SDF (Same Deutz-Fahr), multinazionale italiana, leader nella produzione di trattori e di macchinari agricoli (il marchio Lamborghini trattori, per fare un esempio, è loro) ha uno stabilimento produttivo.

Alessio, ingegnere meccanico milanese, prima trapiantato a Treviglio e dal 2012 emigrato in Cina, a trentotto anni è direttore R&D della Joint Venture cinese della SDF.

Un'opportunità professionale unica e arricchente che l'azienda per cui lavora da diversi anni gli ha offerto.

"Cercavo solo un lavoro che soddisfacesse la mia irrequietezza, la mia curiosità, che mi permettesse di esprimere le mie capacità. E in Italia facevo fatica a trovare tutto questo".



La meccanizzazione agricola è uno dei dieci settori-chiave del piano varato a Maggio 2015 dal Consiglio di Stato cinese e noto come "Made in China 2025". Pechino vuole sviluppare l'agricoltura per ridurre le sperequazioni sociali tra mondo urbanizzato e campagne e per soddisfare il fabbisogno alimentare del Paese. L'Italia è uno dei principali produttori al mondo di macchinari agricoli, con un' ampia gamma di prodotti. Vedi delle opportunità per noi?

Si, ce ne sono. La meccanizzazione agricola in Cina parte da una situazione molto arretrata: un trattore medio cinese equivale a un trattore europeo di trent'anni fa, con la differenza che i trattori di una volta, dopo trent'anni, facevano ancora il loro dovere, mentre un trattore cinese, dopo cinque, arranca...

Oggi, il governo cinese sta investendo molto, tra riforme agricole e sussidi, per spingere la meccanizzazione dell'agricoltura.

Entro il 2025, la Cina punta a un’agricoltura più efficiente, più intelligente, più ecologica. I piccoli agricoltori di un'economia di sussistenza stanno scomparendo per cedere il posto alle grandi aziende agricole.

Il settore sta crescendo velocemente, anche grazie a numerose aziende straniere che hanno stabilito in Cina siti produttivi e centri R&D.

Ogni anno i concorrenti aumentano e grandi aziende cinesi, leader in altri settori, hanno cominciato a investire anche nei macchinari agricoli: come la Zoomlion e la Sany, che nascono nel mondo delle macchine movimento terra o la Wuzheng che viene dal settore motocarri.

Se in Europa fare innovazione su un trattore può essere complesso, in Cina lo è ancora di più e per un occidentale le difficoltà si moltiplicano. I volumi non sono quelli del settore automobilistico, non ci si possono permettere grandi investimenti.

La concorrenza è ancora basata sul prezzo e la qualità dei prodotti locali è ancora bassa rispetto ai nostri standard. Ma i clienti cinesi stanno cambiando e giovani generazioni di agricoltori-imprenditori danno sempre più importanza alle prestazioni, all'affidabilità, qualità, efficienza, confort, estetica.

Più che essere attratto dalla Cina o dal desiderio di un'esperienza all'estero, per te la molla che ti ha fatto lasciare l'Italia è stata l'insoddisfazione professionale. Tu avevi un lavoro, ma ti mancavano gli stimoli...

Sì, da anni facevo le stesse cose e non c'era nessuna crescita professionale. I lavori interessanti in azienda erano pochi e li facevano gli altri. Non vedevo un grande futuro per me in Italia.

Era settembre. Mattia era nato da due mesi e Jacopo aveva due anni. Io e Maria, avevamo lasciato Milano per trasferirci fuori Treviglio. Era un periodo piuttosto incasinato, tra la mia insoddisfazione sul lavoro, il trasloco in una cittadina di provincia, dove eravamo mezzi sradicati e i bambini piccoli.

E' stato in quei giorni che la mia azienda mi ha proposto del tutto inaspettatamente di trasferirmi in Cina o India, a scelta, per seguire un progetto con il nostro team locale. Niente di più folle: lasciare la famiglia in Italia, dove avevamo da poco comprato casa, giusto per avere un po' di stabilità... Ma dopo un week end, passato a parlare con Maria che sapeva quanto mi stesse stretto il lavoro in Italia, e a fissare il soffitto interrogandomi sul da farsi, ho deciso di partire per la Cina.

Fino a quel momento, non avevo mai considerato la Cina come meta professionale e neanche come destinazione per le vacanze. Dell'India non se ne parlava, ma in Cina potevo provare. Negli sporadici contatti avuti con colleghi cinesi, non ne ero rimasto folgorato. Cercavo solo un lavoro che soddisfacesse la mia irrequietezza, la mia curiosità, che mi permettesse di esprimere le mie capacità. E in Italia facevo fatica a trovare tutto questo.





Com'è stato l'impatto con la Cina?

Il trasbordo in Cina è avvenuto in maniera più o meno graduale. Per i primi sei mesi, ho fatto avanti e indietro con Treviglio, alternando un mese o due in Italia e altrettanti in Cina.

Anziché trasferirmi di colpo nella pseudo-bucolica Linshu, seicentomila abitanti, perlopiù contadini vecchio stampo, ho vissuto a Linyi, all'Hotel Huasheng Jiang Quan, un cinque stelle cinese, con cui fai un tuffo nel rococo' e nell'arte ellenica, tra letti e divani esageratamente dorati, bombati e statue marmoree di Apollo e Venere che non riescono ad essere minimali nemmeno se piangono.

Linyi, che non riuscivo a trovare su Google Map, è una città di undici milioni di abitanti, a 35 km dal nostro stabilimento.

Il mio capo la chiamava “Lignì’”, la sua segretaria “Lingì”… “E' fuori Pechino…”, mi avevano detto, ma non era esattamente così...

Per alcuni mesi, quell'hotel di trentadue piani, di marmo, acciaio e neon è stato la mia casa. Intorno, una città semideserta, grattacieli vuoti, e qualche sporadico edificio basso, lungo la strada. Un grande agglomerato urbano, grigio, polveroso, intasato di macchine, autobus e camion.

Dopo questa prima botta di vita a Linyi, alternata a continui viaggi di lavoro per la Cina, che non riuscivo neppure più a togliere i vestiti dalle valigie, iniziavo a sentirmi come Jack Nicholson in Shining.

L’hotel Huasheng Jiang Quan offriva mille possibilità per dimenticare, anche solo per un instante, che ero proprio finito a Linyi e non a Las Vegas. C'era la piscina, la palestra, il biliardo, la sauna, la statua di Apollo, il comò finto barocco, il bar della lobby con un tappeto rosso decorato a fiori che ancora me lo sogno di notte… Quel non-luogo rischiava di renderti schiavo. Quando rientravo dal lavoro, non avevo più alcun desiderio uscire per andare a respirare polvere, o entrare in un centro commerciale dove non accettavano carte di credito straniere.

A quel punto, io e il mio collega Andrea, che dalla sede di Treviglio mi aveva accompagnato in questa avventura, eravamo pronti per il grande passo: trasferirci a Linshu, una copia, in piccolo e più rozza, di Linyi. Strade tutte perpendicolari, tipo accampamento romano, cuore della Cina rurale, quella dei piccoli campi coltivati da 8 mu, delle case con l'aia e le porte rosse, un orticello e tanto, tantissimo smog.

Agglomerati di una decina di case, sparsi un po’ovunque. Un centro caotico e quasi invivibile in alcune ore del giorno, dove guidare è veramente un’avventura.





Come si vive in una cittadina impolverata della Cina rurale? Avete dei punti di ritrovo o tutto ruota intorno a casa e bottega?

Da quando ho traslocato a Linshu, è entrato prepotentemente in scena il 1216, un baretto niente di che, dove abbiamo bevuto per la prima volta in Cina un caffè degno di questo nome. Il 1216 è diventato uno dei pochi angoli accoglienti di questa cittadina ai confini della realtà rurale cinese.

Parlarti di Linshu è difficile, perché, a parte il mio stabilimento e il 1216, per me non esiste altro.

E' una cittadina molto cinese, con pochissimi stranieri e di conseguenza pochi luoghi di ritrovo o negozi occidentali.

In azienda, siamo sei italiani e, forse la comunità internazionale di Linshu si riduce a noi. In compenso, essendo delle mosche bianche, l’innata ospitalità cinese ci vizia. Oltre a farci sentire delle superstar (ancora la gente ci chiede di fare una foto insieme), gli inviti a cena anche di persone appena conosciute, sono una costante. Nei primi periodi era anche divertente, suicidi alcolici a parte… Ora cerchiamo le scuse più disparate per declinare e tornarcene a casa nostra.



E' stato difficile gestire la lontananza dalla tua famiglia?

Sì, oggi con internet, sembra di essere sempre in contatto, ma se ci metti anche le sei o sette ore di fuso, il mio lavoro, quello di mia moglie, gestire per lei i bambini... alla fine è davvero difficile creare un contatto vero. Mi manca un semplice abbraccio di Maria, dei miei figli, stare insieme, seduti sul divano, giocare, uscire per fare la spesa o arrabbiarsi con i bimbi per qualche stupido motivo, insomma la vita normale. Questo è quello che mi manca di più.



Alessio, tu ora sei diventato Direttore dell'R&D della vostra sede cinese. Spesso si dice che la Cina non è ancora in grado di innovare da sola. E' vero?

Il team che ho ereditato dal nostro partner cinese, anche se si spacciava come R&D, era in realtà un gruppo di disegnatori di motozappe.

Il livello di partenza era piuttosto basso, nonostante l’impegno profuso dai ragazzi. A parte il problema comunicazione, risolto con una traduttrice, le nostre esperienze e conoscenze erano veramente molto distanti e questo provocava spesso discussioni accese. Quello che per me era scontato, a loro sembrava la scoperta che avrebbe rivoluzionato il mondo della meccanizzazione agricola. Non voglio sembrare presuntuoso, amo i miei ragazzi, ma la loro preparazione universitaria di base era imbarazzante.

La mia impressione è che l’università in Cina sia piuttosto scadente: non insegna a ragionare, non insegna a lavorare.

All'inizio, mi arrabbiavo in continuazione. Gradualmente, però, quella loro straordinaria voglia di dimostrare che anche loro sono bravi, ha innestato il cambiamento. Lo sforzo maggiore è stato cercare di cambiare il loro approccio al lavoro e stimolarli a provare, a osare di più. I cinesi hanno molta paura di sbagliare, quindi i miei ragazzi continuavano a fare sempre le stesse cose, fotocopiavano gli stessi progetti, pantografati, ma sempre uguali. Se c'era un problema, lo insabbiavano. Oggi cercano una strada nuova, si sentono un po’ più liberi di sperimentare. A volte escono con proposte assurde, ma preferisco questo, piuttosto che sentirmi dire: “Abbiamo sempre fatto così".

I loro limiti tecnici restano, ma credo che, sotto la guida di altri, possano imparare e raggiungere un giorno i loro obiettivi anche da soli.

Per chi come me, deve ancora perdere molto tempo a spiegare concetti base o a correggere errori scontati, non è certo un modo di lavorare efficiente come potrebbe essere in un team di R&D americano o svedese, ma loro intanto mi seguono, osservano, annotano sempre, imparano e soprattutto cercano di fare da soli la volta successiva. Io perdo moltissimo tempo, e mi ritrovo a fare il mio lavoro alle ore e nei giorni più disparati, però, ammetto che mi piace molto aiutarli a migliorare, perché vedo che ci mettono impegno, hanno voglia di imparare. Poi posso veramente mettere a frutto la mia esperienza e le mie conoscenze.



Mi sembra che tu abbia una vita molto assorbita dal lavoro. Ti sei fatto degli amici? Come passi il poco tempo libero che hai?

In effetti, il lavoro mi assorbe anche dodici ore al giorno e non è raro che passi il week end a lavorare. A parte il mio collega e amico Andrea, ho un un paio di amici cinesi, ma dopo gli entusiasmi iniziali per cene, uscite, bevute, barbecue.... negli ultimi mesi preferisco trascorrere il tempo libero da solo: passeggiare, leggere un libro al parco o al 1216, davanti ad una tazzina di caffé, e cucinare, che per me è sempre stato un passatempo. Trovare a Linshu gli ingredienti base per la cucina italiana è un'impresa, ma a una trentina di kilometri da qui, c’e’ la Metro e puoi trovare parecchi prodotti importati. Poi ho iniziato a coltivare in vaso sul balcone basilico e prezzemolo e altre erbette introvabili, portandomi i semi dall’Italia.

Hai intenzione di rientrare in Italia?

Ho appena iniziato il mio quinto anno in Cina. Sarà l’ultimo. Ho voglia di stare con la mia famiglia. Ho bisogno di una vita normale. Sarà dura reinserirmi nel lavoro in Italia, anche se rientro nella mia azienda, che conosco bene e che amo. La velocità con cui si prendono le decisioni qui, la continua tensione verso prodotti nuovi, la voglia di fare, l’entusiasmo anche per i piccoli miglioramenti, i miei ragazzi soprattutto… Sarà difficile ritrovare altrettanti stimoli in Italia. Lavorare in Cina in questi anni è stato ed è entusiasmante e difficile. Professionalmente, in Italia, non mi sarei mai realizzato come qui, dove a trentasei anni ero a capo del R&D. Però, nella vita, c'è anche il resto.