L’ Isis attacca nel ventre molle del Bangaldesh

 Xulhaz Mannan, 35 anni, e Mahbub Tonoy, 26, attivisti gay, uccisi a colpi di macente a Dakha il 25 aprile, sono le ultime vittime di un’ ondata di omicidi eseguiti dai locali seguaci dello Stato Islamico o ISIS, in Bangaldesh.

Gli estremisti sembrano aver individuato in questo sfortunato Paese - povero, sovrappopolato, privo di istituzioni degne di questo nome, dominato da una burocrazia corrotta - il ventre molle di una regione nella quale vivono centinaia di milioni di musulmani. Usando il  Bangladesh come trampolino, infatti, potrebbero cercare di  espandersi sia nel subcontinente indiano che nel sudest asiatico. 

Intellettuali, attivisti per i diritti civili, esponenti della minoranza sciita, blogger laici, stranieri che lavorano per le Organizzazioni Non governative - come l’italiano Cesare Tavella, ucciso a Dakha lo scorso settembre - sono tra le decine di vittime dei sostenitori del Califfato.

Gli omicidi degli “infedeli”  sono stati tutti eseguiti con una ferocia, una freddezza impressionanti. Tavella, che aveva 50 anni e lavorava per una ONG olandese, è stato assassinato con tre colpi di pistola alla schiena, mentre faceva jogging nel quartiere diplomatico della capitale, Gulshan, un posto che dovrebbe essere sicurissimo (quattro persone sono state arrestate per l’ omicidio una delle quali, secondo i media bengalesi, avrebbe confessato).

Mannan e Tonoy sono stati uccisi da tre o quattro giovani che si sono presentati a casa del primo fingendosi fattorini che avrebbero dovuto recapitare un pacco. La madre di Mannan, Sakhina Begum, e una collaboratrice domestica erano nell’appartamento al momento del selvaggio attacco e non è chiaro se abbiano assistito alla scena. I tre o quattro giovani hanno lasciato il luogo del delitto urlando «Allah u akbar» (Dio è grande).

L’ispettore di polizia Momtaz, e la guardia privata Pervez Mollah, che hanno cercato di fermarli,  sono stati feriti e sono ricoverati in ospedale. Mannan era aveva in passato lavorato per l’ Ambasciata degli USA a Dakha. Tonoy, studente universitario, era il fondatore di Roopbaan l’unica rivista del Paese dedicata alla comunità LGBT (Lesbiche, gay, bisessuali e trasgender). Due giorni prima di loro era stato ucciso - anche lui a colpi di machete in un attacco improvviso - il professor Rezaul Karim Siddique dell’Università di Rajshahi, nel nord del Bangladesh. L’assassinio del professore Siddique - «inspiegabile» secondo i familiari, dato che non era impegnato in alcuna attività politica - è stato rivendicato dall’ISIS poche ore dopo che il ministro della giustizia Anisul Huq aveva sostenuto che «nel nostro Paese l’ISIS non esiste».

Questo rifiuto del governo di guardare in faccia la realtà è forse l’aspetto più preoccupante della situazione. Il Bangladesh è un Paese giovane, nato in circostanze drammatiche e crresciuto tra le difficoltà. Nel 1947, quando l’ Impero britannico si dissolse e nacquero l’India e il Pakistan, quello che attualmente è il Bangladesh divenne il Pakistan Orientale. Si trattava di una mostruosità da tutti i punti di vista: quello geografico, perché era diviso dal Pakistan Occidentale da oltre tremila chilometri di territorio di una potenza ostile, l’India; da quello economico perché veniva letteralmente tagliata in due l’economia di quello che era il Bengala britannico; da quello etnico e politico perché creava una squilibrio e una rivalità da due regioni dello stesso Paese. 

Il Pakistan fondato da Mohammed Ali Jinnah e da altri intellettuali e professionisti riuniti nella Lega Musulmana nacque come un Paese democratico - sulla carta. Nella pratica era dominato dal Punjab, la provincia più ricca del Pakistan Occidentale, da dove provenivano la maggior parte dei burocrati e dei militari. Quando nel 1970-71 il principale partito del Pakistan Orientale, l’Awami League, vinse le elezioni, l’ establishment dominato dai punjabi del Pakistan Occidentale reagì inviando l’esercito per riportare alla ragione i «ribelli» bengalesi, che non solo avevano osato vincere le elezioni ma pretendevano addirittura di formare il governo.

La resistenza bengalese fu appoggiata dall’India che, alla fine del 1971, ruppe gli indugi e fece intervenire il suo esercito, che sconfisse con un blitz ben congegnato i miilitari pakistani.

Il Pakistan Orientale proclamò l’ indipendenza e divenne il Bangladesh (Paese dei bengali).

Negli anni seguenti il Paese, poverissimo e principalmente agricolo, fu teatro di una serie di colpi di Stato fino al 1991, quando comincio un estenuante altalena che ha visto alternarsi al potere l’attuale primo ministro, Sheik Hasina Wajied dell’Awami League e Khaleda Zia del Bangladesh National Party o BNP.

La prima è figlia dell’eroe dell’ indipendenza Mujibur Rahman, assassinato nel 1975, e la seconda è la vedova del dittatore Zia ur-Rahman, che ha governato il Paese dal 1977 al 1981.

La rivalità tra le due Grandi Signore della politica bengalese è stata caratterizzata da violenti scontri tra i “sostenitori” dell’una e dell’altra (spesso delinquenti assoldati per intimidire gli avversari), scambi di accuse roventi, boicottaggi elettorali, ecc. Come nel resto dell’Asia, in Bangaldesh il potere è considerato assoluto e il concetto di alternanza risulta estremamente difficile da accettare.

Dal 2007 alla fine del 2008 l’esercito ha realizzato un cosidetto «soft golpe», accusando le due Signore di corruzione e installando un governo tecnico e provvisorio. Elezioni si sono tenute alla fine del 2008 e sono state vinte da Sheik Hasina. La tornata successiva, quella del 2014, è stata boicottata dal BNP.

Khaleda e i suoi figli sono sotto accusa - sempre per corruzione - e i suoi collaboratori sono costantemente sotto il tiro degli avversari politici: un suo portavoce, il giornalista Shafik Rehman, che ha 82 anni, è in prigione accusato di aver ordito un complotto per uccidere il figlio di Hasina. Insomma, per quanto poco possa piacere Khaleda Zia - che negli ultimi anni ha discretamente appoggiato gli islamisti - non si può dire che i procedimenti giudiziari contro di lei, i suoi familiari e i suoi alleati politici siano esenti da condizionamenti politici. 

L’ economia del Paese negli ultimi anni è migliorata facendo registrare tassi di crescita alti - tra il 6 e il 7 per cento - grazie soprattutto alle esportazioni di prodotti tessili e alle rimesse degli immigrati. Ma rimane debole e squilibrata e non appare in grado di sostenere le aspirazioni dei suoi quasi 157 milioni di abitanti, per oltre il 60% sotto i 64 anni di età. 

In sintesi, una crescita economica caotica e la mancanza di istituzioni credibili creano nel Bangladesh un terreno ideale per i reclutatori del Califfato.