Pechino sprofonda nel pantano pakistano

Cina e Pakistan sono alleati di ferro. La loro politica nucleare è coordinata - senza l’aiuto cinese non avrebbe mai visto la luce la Bomba Islamica pakistana.

Turisti cinesi sul confine con il Pakistan.

Condividono alcuni interessi di base in politica estera, in primo luogo volontà comune di contenere l’India, nemica storica del Pakistan e pericolosa concorrente della Cina per l’egemonia regionale. Grazie ai crescenti investimenti cinesi, le loro economie sono sempre più integrate. L’annunciata creazione di un collegamento stradale tra il nordovest della Cina e la costa del Pakistan sul Golfo Persico è destinata - affermano gli economisti -  ad essere un “game changer” negli equilibri economici e geopolitici dell’Asia. 

Nelle ultime settimane hanno condiviso gli onori delle cronache - dato che nelle Panama Papers sono contenuti i nomi di molti parenti di membri o ex-membri del Politburo cinese (tra cui Xi Jinping, attuale presidente della Repubblica e segretario del Partito Comunista, Li Peng, capo del governo ai tempi del massacro di piazza Tiananmen, Jia Qinglin, Zeng Qinghong, Zhang Gaoli e Liu Yunshan, ex o attuali membri dell’onnipotente Standing Commitee) oltre a quelli di Mariam Hasan e Hussein Sharif, figli del premier pakistano Nawaz.

È passata invece sotto silenzio un’altra recente notizia che riguarda la collaborazione a tutti i livelli tra i due vicini. Si tratta di una notizia importante perché, mettendo il veto alla  decisione da parte dell’ONU di inscrivere nella lista dei “terroristi” il pakistano Masood Azhar, Pechino ha sicuramente mosso un nuovo passo verso un pericoloso coinvolgimento nel marasma dell’estremismo islamico internazionale. La presa di posizione, hanno precisato i portavoce di Pechino - secondo i media indiani, gli unici che hanno riportato con rilievo la notizia - è stata presa “in consultazione con il Pakistan”. 

Azhar è accusato dall’India di aver orchestrato una serie di attentati sul suo territorio, di essere un membro di Al Qaeda e di collaborare attivamente con i Taliban afghani. L’ultima azione che gli è stata attribuita è l’attacco all’aeroporto militare di Pathankot, nel nord dell’India e non lontano dal confine col Pakistan, nel quale sono rimasti uccisi sette militari indiani, un civile indiano e sei membri del commando che ha condotto l’azione. Azhar è stato bloccato dalle autorità pakistane, che hanno affermato di non aver trovato elementi sufficienti a confermare le accuse di New Delhi. Quindi, anche questa volta tornerà libero - ammesso e non concesso che sia mai è stato davvero prigioniero.

In precedenza Azhar e i suoi uomini - è il fondatore di un gruppo terrorista chiamato Jaish-e-Muhammad (l’esercito di Muhammad) - sono stati accusati di una serie di gravi attentati tra cui l’attacco del 2001 al Parlamento indiano e il rapimento e l’uccisione, nel 2002, del giornalista americano Daniel Pearl, che stava indagando sui legami tra gli attentatori del 9/11 e gli estremisti pakistani - legami che negli anni successivi sono stati pienamente confermati. Tra l’altro, il pakistano Khalid Sheik Mohammed, arrestato in Pakistan, consegnato agli USA e probabilmente torturato a Guantanamo Bay, ha confessato di essere l’autore materiale dell’assassinio di Pearl. 

Il Jaish-e-Muhammad (JeM) è attivo soprattutto nel Kashmir sotto controllo indiano, che vorrebbe staccare dall’India (per annetterlo al Pakistan) e si ritiene che sia stato creato ad hoc dal servizio segreto dell’esercito di Islamabad, la temibile Interservice Intelligence o ISI. Nel 1994 Azhar fu arrestato in India e detenuto fino al 1999, quando insieme ad altri due terroristi musulmani fu scambiato con i passeggeri del volo 814 delle Indian Airlines, che era stato sequestrato da un gruppo di complici di Azhar tra i quali uno dei suoi nove fratelli. Il velivolo atterrò a Kandahar, in Afghanistan, da dove i dirottatori negoziarono con successo con le autorità indiane grazie alla protezione dei Taliban.

Insieme ad altri gruppi terroristi sponsorizzati dall’esercito pakistano, il JeM, grazie alla sua elevata capacità militare, ha gradualmente soppiantato il gruppo “storico” del nazionalismo dei musulmani kashmiri, il Jammu&Kashmir Liberation Front (JKLF), un gruppo laico e indipendentista ritenuto non affidabile dagli strateghi di Islamabad. Al contrario di quanto si potrebbe ingenuamente pensare, Azhar non è nato in Kashmir ma nella provincia pakistana del Punjab, la più ricca e industrializzata del Paese che negli ultimi decenni è diventata la culla degli estremisti Deobandi - cioè i seguaci di una setta islamica nata in una madrasa nel nord dell’India che oggi hanno una posizione dominante nel subcontinente indiano. È nel Punjab che hanno la loro base e che si trovano la maggior parte dei membri del JeM e di altri gruppi terroristici come il Lashkar-e-Taiba (reggimento dei puri). Il Punjab è anche la provincia dalla quale provengono la grande maggioranza degli ufficiali dell’esercito pakistano, dei burocrati e dei politici, e lo stesso primo ministro Nawaz Sharif. Dopo l’attentato di Pasqua a Lahore - che ha provocato la morte di 69 persone e che sembra essere stato diretto contro la comunità cristiana - governo ed esercito hanno dato vita ad una severa azione repressiva, come del resto hanno fatto spesso in passato eliminando gli estremisti “scomodi” ma tenendo al riparo quelli più obbedienti e fidati, come appunto Masood Azhar. 

Pechino ha sempre voluto sottolineare il carattere puramente economico dei suoi investimenti in Pakistan, nella speranza che questo atteggiamento pragmatico la metta al riparo dagli effetti indesiderati della collaborazione tra i due Paesi. La sua principale preoccupazione è quella di uno “sconfinamento” del terrorismo islamico nel Xinjiang, la regione abitata dalla minoranza etnica dei musulmani uighuri, che sono protagonisti dal 2009 di una sanguinosa rivolta che è tuttora in corso. Iniziative come la difesa ad oltranza di Azhar non fanno che aumentare il pericolo che quell’incubo si trasformi in realtà.