Traballa il “mandato” del Nuovo Mao

Ci siamo? Siamo arrivati al punto di rottura che tanti temono e molti aspettano con ansia da decenni? Mah, fare previsioni precise è difficile e si rischia di fare figure barbine.

Che il consenso all'interno e all'esterno del Partito per Xi Jinping si sia fortemente ridotto almeno a partire dall'estate scorsa, con la doppia botta della crisi in Borsa e dell'esplosione di Tianjin, mi sembra innegabile.

Che Xi sia apertamente contestato e che potrebbe aver perso il 'mandato del cielo", lo hanno sottolineato commentatori credibili ma di «scuole di pensiero» diverse come Sidney Rittenberg (che cito nel pezzo e che secondo me è uno dei pochi ad avere dei contatti importanti all'interno del Partito), Gordon Chang (autore del libro The Coming Collapse of China) e Orville Schell, che conclude un articolo pubblicato dalla New York Review of Books, con queste parole:

«...qualsiasi cosa succeda, la Cina sta subendo un cambiamento retogrado che richiederà a tutti gli individui, le imprese e i Paesi che hanno a che fare con lei di eseguire una radicale revisione della sua volonta' di cercare una convergenza col resto del mondo».

Ecco il pezzo che ho scritto per la rivista Azione

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Mai come quest’anno le cosiddette «due assemblee» – vale a dire le sessioni plenarie dei due rami del Parlamento cinese, l’Assemblea Nazionale del Popolo (NPC nella sigla inglese) e la Conferenza Consultiva del Popolo (CPPCC) – sono state l’occasione per l’espressione di un dissenso esplicito dalle politiche perseguite dal gruppo dirigente.

Una lettera aperta contenente pesantissime critiche all’operato del presidente e segretario del Partito Comunista Xi Jinping è stata diffusa il 4 marzo, immediatamente prima dell’apertura dei lavori delle «due assemblee». Non si tratta della «solita» uscita di pochi e isolati dissidenti. Sidney Rittenberg, un giornalista e scrittore americano che ha vissuto in Cina dal 1944 al 1979 e profondo conoscitore delle dinamiche interne al Partito Comunista Cinese, ha commentato: «Penso che un cambiamento non troppo distante nel tempo sia probabile, perché una volta che è stato dimostrato che il “centro” ha sbagliato su una questione fondamentale, di solito l’incantesimo è rotto e qualcosa deve succedere».

La lettera aperta è stata pubblicata simultaneamente da un sito web che appartiene alla compagnia di commercio online Alibaba, dal Dipartimento per la propaganda del governo della Regione Autonoma del Xinjiang (nel quale si ritiene siano annidati alcuni critici del leader supremo) e dall’azienda editoriale Caixin , che pubblica l’omonima rivista. « Caixin» è diretta da Hu Shili, una coraggiosa giornalista che da anni naviga con successo sulla linea rossa che separa il consentito dal vietato nella Cina comunista, forzando i limiti della censura con inchieste e analisi non ortodosse senza incappare nelle maglie della repressione. Uno schieramento che la dice lunga sulla diffusione del dissenso verso la linea politica di accentramento del potere e di rafforzamento dei poteri repressivi dello Stato praticata da Xi, che è al potere dal 2012.

I «leali membri del Partito Comunista» che hanno firmato la lettera riconoscono che la spietata campagna contro la corruzione lanciata dal presidente «ha portato a un certo miglioramento», ma poi non risparmiano nessuna delle sue principali iniziative politiche. Per quanto riguarda l’organizzazione del partito, «l’abbandono del sistema… di leadership collettiva…ha portato ad un’eccessiva concentrazione del potere» nelle mani di Xi. Gli altri organi dello Stato «compreso il premier Li Keqiang» sono stati «indeboliti» in questo processo. A livello diplomatico, l’aggressività messa in mostra in particolare nelle dispute territoriali nel Pacifico – prosegue la lettera – è quella che ha permesso alla Corea del Nord «di condurre con successo un nuovo esperimento nucleare», portando «una grave minaccia alla nostra sicurezza».

Cosa ancora più grave, essa «ha consentito un efficace ritorno in Asia degli Stati Uniti, che hanno creato un fronte unito con la Corea del Sud, il Giappone, le Filippine e altri paesi del sudest asiatico per contenere la Cina». Gli estensori della lettera sostengono anche che sono state queste politiche del «centro» a permettere la vittoria elettorale a Taiwan degli indipendentisti del Democratic Progressive Party (DPP) e a stimolare le crescenti pulsioni indipendentiste che si sono manifestate negli ultimi due anni ad Hong Kong. Sono stati errori del «numero uno» e del suo gruppo a portare alla crisi del modello di crescita cinese.

I «leali comunisti», accusano infatti Xi di aver provocato le ripetute crisi della Borsa e di aver perseguito politiche eccessivamente liberiste che hanno portato «a massicci licenziamenti» nelle imprese pubbliche. La sua iniziativa chiamata «One Belt One Road» – il progetto di una serie di investimenti nelle infrastrutture che facilitino i collegamenti via terra e via mare tra Cina, Asia centrale ed Europa – ha portato a impiegare «una grande quota delle riserve di valuta pregiata in paesi e regioni caotiche (un riferimento al Pakistan?) senza alcun discernibile vantaggio». Infine, gli autori della lettera criticano la politica «ideologica» di Xi, rinfacciandogli di aver promosso alcuni blogger di basso livello come «alfieri» della cultura cinese.

La lettera invita Xi Jinping a dimettersi da tutte le sue cariche e in due occasioni muove una velata minaccia al leader, sottolineando il fatto che le «divisioni» che si sono create nel partito potrebbero portare problemi a lui e «alla sua famiglia».

Pochi giorni dopo la pubblicazione della lettera aperta «Caixin» , uno dei media che l’hanno diffusa, è tornato alla carica diffondendo sul sito web in inglese un’intervista a Jiang Hong – professore all’Università di Economia e Finanza di Shanghai e membro della CPPCC – nella quale veniva criticata la mancanza della libertà di espressione. L’intervista è stata poi rimossa dal sito su ordine dei censori del Partito. Il fatto che Hu Shuli abbia deciso di pubblicarla è stato giudicato significativo da numerosi commentatori. Intervistata dal « Guardian» , dopo aver notato che per lunghi anni Hu è riuscita a non entrare in rotta di collisione con la dirigenza pur praticando un vero giornalismo d’inchiesta, Sarah Cook, direttrice del « China Media Bullettin» , ha sostenuto: «Non credo che (Hu Shuli) avrebbe preso un’iniziativa così audace… se non avesse ritenuto che esista lo spazio che lo permette…».

Nei suoi tre anni e mezzo al potere, Xi Jinping ha messo sotto inchiesta, secondo recenti valutazioni, circa trecentomila dirigenti del Partito e dello Stato di tutti i livelli. Molti di loro sono stati condannati a pesanti pene detentive. Alcuni sono stati messi a morte. I pesci più grandi ad essere caduti nella rete di Xi sono stati l’ex-capo del Partito della metropoli di Chongqing Bo Xiali e il suo alleato Zhou Yongkang, responsabile dei servizi di sicurezza ed ex-membro del potentissimo Standing Committee, il comitato permanente dell’ufficio politico del PCC.

Allo stesso tempo, centinaia di avvocati, giornalisti, membri delle Organizzazioni non governative sono stati messi in prigione. Lo stesso Xi Jinping e i suoi collaboratori più stretti sono a capo dei cosiddetti «gruppi speciali», che controllano i vari settori dello Stato – economica, politica estera, cultura, ecc. – mentre la spada della repressione è nella mani della temuta Commissione Centrale per Ispezioni di Disciplina, guidata da Wang Qishan, il popolare ex-sindaco di Pechino e fedele alleato – almeno fino a questo momento – del «numero uno». Il culto della personalità di Xi, paragonato da qualcuno a quello di cui si era circondato il suo predecessore Mao Zedong, è stato incoraggiato a tutti i livelli, compresa la diffusione di ridicole «canzoni d’amore» verso il leader e sua moglie Peng Liyuan, generalessa dell’Esercito di Liberazione Popolare e cantante pop, che sono comparse negli ultimi mesi su Internet.

Le aperte espressioni di dissenso sembrano confermare l’opinione di David Shambaugh, uno dei più grandi sinologi viventi che circa un anno fa affermò in un articolo pubblicato dal «Wall Strett Journal» che il rilancio dell’autoritarismo da parte di Xi Jinping ha segnato l’inizio della fase finale del monopolio del Pcc sul potere politico. «Non possiamo prevedere quando collasserà il comunismo cinese – scriveva Shambaugh – ma è difficile non pensare che stiamo assistendo alla sua fase finale».