Sorpresa russa in Corea del Nord

Sorpresa! A bloccare un inasprimento delle sanzioni contro la Corea del Nord all' ONU non la Cina - o non è solo la Cina. Secondo l'agenzia Itar-Tass infatti il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov avrebbe detto al segretario di Stato americano John Kerry che con le nuove sanzioni «non bisogna colpire le relazioni legittime tra la Corea del Nord e i suoi partner stranieri...». 

Proteste contro la Corea del Nord a Seul.

L'impegno della Russia in sostegno dell'economia nordcoreana non può certo essere paragonato per volume a quello della Cina. Ma il fatto che si erga a protettrice di Kim Jong-un la dice lunga sulle difficoltà che la Cina incontra nel farsi ascoltare dai nordcoreani: ora c'è un altro «forno» che Pyongyang può proficuamente usare nel suo abituale gioco di ricatti e minacce.

Sorge il dubbio che sia Mosca che Pechino siano rassegnate ad accettare la Corea del Nord come nuova potenza nucleare, perché solo una forte pressione potrebbe costringere Kim e i suoi militari a fare marcia indietro. Sempre che Kim e i suoi militari siano sulla stessa lunghezza d'onda. Cosa della quale, come dico nell' articolo che riproduco qui sotto e che è stato pubblicato dal settimanale svizzero Azione, qualcuno comincia a dubitare...

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ll gioco pericoloso di Pyongyang

Corea del Nord Dopo l’ultimo test nucleare e il lancio di un missile si fa sempre più difficile l’equilibrio fra il Paese e la Cina, che rimane l’unica sua alleata ma che condanna le provocazioni di Kim

Sul fronte della Corea del Nord, il 2016 è cominciato male. Il 6 gennaio Pyongyang ha effettuato il suo quarto test nucleare affermando di aver fatto esplodere una bomba all’idrogeno. Il 7 febbraio ha messo in orbita un satellite in quello che molti ritengono sia stato in realtà un test di un missile balistico in grado di trasportare testate atomiche. Usa e Giappone hanno annunciato nuove sanzioni.

Il 7 marzo gli eserciti degli Stati Uniti e della Corea del Sud terranno esercitazioni congiunte che comprenderanno la simulazione di una missione per «raggiungere installazioni chiave situate in profondità nel territorio nordcoreano» (secondo le dichiarazioni rilasciate al «Korea Herald» da un alto funzionario del Ministero della difesa). L’annuncio delle manovre sembra fatto apposta per nutrire la paranoia del regime di Pyongyang, che bombarda la sua popolazione con una propaganda assillante tesa a dimostrare che il Paese è costantemente sotto la minaccia di un attacco «imperialista» e che la Seconda guerra mondiale non è mai finita. La televisione nordcoreana dedica gran parte delle sue trasmissioni a lunghi spot nei quali cattivissimi soldati nemici massacrano innocenti coreani mentre eroici giovani si sacrificano per salvare il Paese.

Molti osservatori hanno espresso scetticismo sul fatto che la Repubblica Democratica di Corea (questo il nome ufficiale del Paese) sia veramente in possesso di una bomba all’idrogeno. Il terremoto causato dall’esplosione sottorranea dell’ordigno, sottolineano, è stato del grado 5,1 della scala Richter, cioè della stessa intensità di quello seguito il precedente esperimento nucleare, quello condotto il 12 febbraio del 2013. Analoghi dubbi sono stati sollevati sulla messa in orbita del satellite nordcoreano. Le informazioni sicure sono scarse.

Le bombe dei nordcoreani non sono certo paragonabili a quelle, più sofisticate e potenti, in possesso delle grandi potenze. Non è chiaro se i missili siano in grado di trasportare testate nucleari e certamente non sono in grado di portarle negli Stati Uniti, come vanta con i suoi roboanti proclami la propaganda di Pyongyang. Ma il pericolo esiste soprattutto per Seul, la capitale della Corea del Sud, che si trova a poco più di 20 chilometri dalla frontiera.

Siegfrid S. Hecker, un esperto del Centre for International Security and Cooperation della Stanford University, ha visitato nel 2010 il principale impianto nucleare della Corea del Nord, quello di Yongbyon. Secondo lui, capire «a che punto sono» i nordcoreani è estremamente difficile ma in generale le installazioni sono più avanzate di quanto gli esperti avevano immaginato. Hecker sottolinea che è particolarmente preoccupante «il chiaro rapporto di collaborazione e di scambi col Pakistan, tra cui alcuni elementi di importanza cruciale come l’addestramento sul campo di alcuni specialisti nordcoreani al Khan Research Laboratory», cioè il centro di ricerca non lontano da Rawalpindi. «Hanno anche mostrato – prosegue Hecker – dei preoccupanti schemi di approvvigionamento in particolare con alcune entità commerciali cinesi». L’esperto sostiene anche di sospettare rapporti con l’Iran, soprattutto per la collaborazione nelle tecnologie per la produzione di uranio arricchito.

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che già ha imposto a Pyongyang un regime di sanzioni che pone forti limiti ai movimenti bancari e commerciali delle principali imprese nordcoreane, sta discutendo un inasprimento delle sanzioni ma è bloccato dalla Cina, che rimane l’unica alleata e la protettrice di Pyongyang nonostante i difficili rapporti tra Pechino e il giovane leader nordcoreano Kim Jong-un.

A quanto è dato di capire, Kim vorrebbe che la Corea del Nord venisse riconosciuta come potenza nucleare dalla comunità internazionale, rendendo irreversibili i risultati raggiunti negli ultimi anni in termini di potenza di fuoco del suo esercito. In questi anni, Jong-un ha condotto delle feroci purghe sul modello di quelle staliniane, la cui vittima più illustre è stato lo zio e supposto mentore del giovane leader Chang Song-taek, ucciso nel 2013. Secondo i media sudcoreani in febbraio è stato giustiziato l’ex-capo di stato maggiore Ri Yong-gil. Alcuni commentatori sudcoreani ritengono che le purghe siano un segnale di debolezza del leader, che sta cercando di prepararsi il terreno per il settimo congresso del Partito dei Lavoratori al potere. L’ultimo congresso si tenne 36 anni fa e sancì l’investitura di Kim Jong-il a successore del fondatore della Repubblica Democratica di Corea, Kim Il-sung.

Kim Jong-un, secondo questi analisti, avrebbe spostato il centro del potere dall’esercito al partito, e per questo incontrerebbe una forte resistenza da parte di settori delle forze armate. Si tratta di ipotesi. Di certo si sa, perché è sotto gli occhi di tutti, che il giovane Kim non sta cedendo alle pressioni del governo di Pechino, l’unico – per convinzione generale – in grado di farsi ascoltare a Pyongyang. La Cina teme una rovinosa caduta del regime nordcoreano per varie ragioni, tra cui il timore di dover far fronte ad un’ondata di profughi in una regione – il nordest – tra le più povere del Paese. Inoltre in quel caso le truppe americane presenti in Corea del Sud verrebbero a trovarsi sui suoi confini.

Pechino insiste per la «denuclearizzazione della penisola coreana», cioè una marcia indietro di Pyongyang, temendo che si scateni una corsa agli armamenti che potrebbe in futuro portare Seul e addirittura Tokyo a dotarsi di un «deterrente» nucleare.

Il principale limite alla capacità di pressione di Pechino sul piccolo alleato è però dato dalla volontà di non perdere l’unico alleato che le rimane in caso di un confronto con gli Usa nel Pacifico, possibile in futuro sia per le dispute territoriali con i Paesi del sudest asiatico e col Giappone che per il destino di Taiwan, l’isola sempre più orientata all’indipendenza che la Cina considera parte integrante del suo territorio.