Tsai, la piccola donna che spaventa il Dragone

Ancora troppo presto per dire cosa succederà, dato che la nuova presidente taiwanese entrerà in carica solo in maggio. La sua netta vittoria alle elezioni del 16 gennaio, nelle quali il suo partito, il DPP, ha conquistato la maggioranza dei seggi in Parlamento, è senza dubbio un fatto di importanza storica.

Tanto più che avviene in un momento nel quale la Cina sta introducendo importanti novità nella sua politica estera, novità che segneranno una nuova e diversa fase delle sue relazioni con i Paesi vicini...

Riproduco qui sotto l' articolo che ho scritto per il settimanale svizzero AZIONE:

La rivista «Time» l’ha definita «una donna che si è fatta da sola per un popolo che si è fatto da solo». Secondo l’agenzia Reuters è impegnata dal 16 gennaio, quando è stata eletta con una valanga di voti alla presidenza della Repubblica di Cina – più conosciuta come Taiwan –, nel «lavoro più pericoloso del mondo». Un lavoro che potrebbe metterla in rotta di collisione con la Cina, la potenza emergente sulla scena mondiale, che ritiene che la piccola isola le appartenga di diritto e che in passato si è dichiarata disposta a usare la forza in caso osi dichiararsi indipendente.

Lei, Tsai Ing-wen, 59 anni, non sembra spaventata dal compito che l’attende. Non per niente è la prima donna ad essere eletta alla massima carica politica in un Paese asiatico senza essere figlia o vedova di un leader politico. Tsai non solo non è sposata – cosa veramente incredibile in Asia – ma si è addirittura pronunciata a favore dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Non è nemmeno una «politica di professione». Undicesima – e prediletta – figlia di ricco commerciante, Tsai ha studiato legge, perché voleva aiutare il padre nel suo lavoro. Dopo essersi laureata a Taiwan ha seguito corsi di specializzazione presso la Cornell University, negli Stati Uniti, e alla London School of Economics. Rientrata a Taiwan, si è dedicata all’insegnamento e ha partecipato in qualità di esperta ai negoziati per l’adesione di Taiwan all’organizzazione per il commercio internazionale GATT – trasformatosi in seguito nella World Trade Organization (WTO) – e all’Associazione per la cooperazione nell’Asia-Pacifico o APEC.

La svolta arriva nel 2000, quando viene nominata capo del Mainland Affairs Council (MAC), l’organismo governativo responsabile dei rapporti con la Cina. È solo nel 2004 che entra nel Partito Democratico Progressista (DPP), il partito dei «figli della terra» taiwanesi che contrastano l’egemonia politica degli immigrati dalla Cina continentale e che sostengono apertamente l’indipendenza dell’isola.

La storia di Taiwan, che oggi ha 23 milioni di abitanti ed è l’unico Paese a maggioranza etnica cinese ad essersi dotato di un sistema politico democratico, è controversa e tutt’altro che chiara, al contrario di quanto pretende la propaganda di Pechino. Dopo essere stata governata da una serie di dinastie che a volte avevano il controllo di tutta la Cina o da gruppi di potere locali, nel 1895 viene ceduta al Giappone, che aveva vinto la prima guerra sinogiapponese sconfiggendo la dinastia manchuriana che allora era al potere a Pechino.

Nel 1945, quando Tokyo si arrende dopo il lancio delle bombe atomiche americane su Hiroshima e Nagasaki, Taiwan torna formalmente parte della Cina, che è sconvolta dalla resa dei conti tra i partiti che erano stati momentaneamente alleati nella lotta contro gli invasori giapponesi: il Kuomintang, il Partito Nazionalista del «generalissimo» Chiang Kai-shek e il Partito Comunista guidato da Mao Zedong. Quando questi ultimi prevalgono, nel 1949, Chiang si trasferisce a Taiwan, instaura una dittatura feroce e continua a dichiararsi leader di «tutta» la Cina. Negli anni seguenti si combatte la Guerra Fredda e il seggio della Cina all’Onu viene assegnato alla filoamericana Repubblica di Cina con capitale momentanea a Taipei. L’alleanza stabilita all’inizio degli anni Settanta tra la Cina di Mao e il presidente americano Richard Nixon porta al rovesciamento della situazione: Pechino occupa il seggio all’Onu e Taiwan rimane isolata in un limbo dal quale, sembrano pensare tutti, uscirà solo quando sarà fagocitata dal gigantesco vicino. Gli USA varano il Taiwan Relations Act , una legge che obbliga il governo di Washington a fornire armi l’isola e ad intervenire al suo fianco in caso di attacco cinese.

Mentre nella Cina continentale il Partito Comunista mantiene fino ad oggi un sistema autoritario a partito unico, a Taiwan i successori del «generalissimo», primo fra tutti il suo figlio ed erede Chiang Ching-kuo iniziano una graduale democratizzazione grazie alla quale, nel 2000, viene eletto alla presidenza il leader del DPP Chen Shui-bian, un aperto e acceso sostenitore dell’indipendenza dell’isola.

Terminato il suo secondo mandato nel 2008, Chen viene processato e condannato per corruzione. Per rilanciare il partito – screditato sia per la condanna di Chen che per l’inefficiente gestione dell’economia che ha caratterizzato i suoi ultimi anni al potere – viene scelta Tsai Ing-wen che era stata eletta deputata al Legislative Yuan , il Parlamento, nel 2004. Dopo essere stata sconfitta al primo tentativo, nel 2012, dal leader del Kuomintang Ma Ying-jeou, Tsai ce l’ha fatta quest’anno, infliggendo una secca sconfitta al suo avversario nazionalista Eric Chu. Il voto a suo favore è stato travolgente: Tsai ha avuto il 56% dei consensi degli elettori con 6’894’000 voti contro i 3’813’000 di Chu, che corrispondono alla percentuale del 31%. Si è votato anche per il rinnovo del Legislative Yuan , dove il DPP ha ottenuto la maggioranza assoluta dei 113 deputati (68, mentre il Kuomintang ne ha avuti solo 35). La disfatta del Kuomintang è stata completata dal successo dell’esordiente New People Party , nato dal movimento studentesco detto dei Girasoli, che l’anno scorso ha contestato in modo clamoroso, con l’occupazione del Parlamento, un accordo tra il governo del Kuomintang e la Cina per la facilitazione delle relazioni commerciali.

Le analisi del voto sono concordi nell’indicare che i giovani hanno avuto un ruolo di primo piano nelle elezioni del 16 gennaio scorso. L’ingresso sulla scena politica della nuova generazione cambia radicalmente le carte in tavola nei rapporti tra «le due sponde dello Stretto di Taiwan» e richiederà probabilmente una revisione delle posizioni della comunità internazionale, che fino ad oggi ha accettato il dogma dell’esistenza di «una sola Cina» perché questo era promosso sia da Pechino che da Taipei.

Congratulandosi con Tsai per la sua vittoria, il Dipartimento di Stato americano ha sottolineato che Taiwan «ha dimostrato la forza del suo robusto sistema democratico» e la volontà del governo di Washington di «rafforzare le relazioni non ufficiali tra gli USA e il popolo di Taiwan». Infine, senza nominare la Cina, il Dipartimento ha messo l’accento sulla necessità di «continuare a promuovere la pace e la stabilità regionale». La Cina non ha rinunciato ad «ammonire» Tsai – come ha scritto l’agenzia ufficiale Xinhua – a non «avvelenare» l’atmosfera con «mosse verso l’indipendenza» che porterebbero «alla fine di Taiwan», ma non ha fatto ricorso ai toni minacciosi che usava abitualmente contro Chen Shui-bian. Dal canto suo, Tsai Ing-wen ha chiarito che non intende cedere alle intimidazioni. «Il nostro sistema democratico, la nostra identità nazionale e il nostro spazio internazionale devono essere rispettati», ha detto nel suo primo discorso dopo la vittoria. «Qualsiasi forma di repressione danneggerà le relazioni tra le due sponde dello Stretto», ha aggiunto.