Lhasa, piena di sorprese

Lhasa è stata trasformata in una delle tante sgraziate cittadone della Cina modernizzata. Vero. Però, aspettate un momento. Il Potala non c’è da nessun’altra parte. Visto se si arriva da sud, dall’aeroporto di Gongar, e’ parzialmente coperto da un orribile albergo. Ma la presenza della reggia dei Dalai Lama rimane, forte, dominante, su tutta la città  - che ormai conta 1,3 milioni di abitanti ufficialmente, e forse parecchi di più.

Monaci parlano con i giornalisti nel tempio del Jokhang, a Lhasa. Foto: Beniamino Natale.

Poi c'è il Jokhang, il tempio più importante per i buddhisti tibetani. Migliaia di persone, dall’ alba fino a notte inoltrata, eseguono il khora, la circoambulazione rituale dei due monumenti. E ci sono i monaci del Jokhang, che non sono “normalizzati”. Due di loro, parlando con un gruppo di giornalisti in una rara visita, non si sottraggono alle domande difficili.

L’ultima battaglia tra il Dalai Lama, il leader tibetano in esilio dal 1959, e il governo cinese riguarda la reincarnazione dello stesso Dalai Lama. L’attuale, il premio Nobel per la pace Tenzin Gyatso, apprezzato in tutto il mondo per la sua saggezza fuorché a Pechino, ha più volte affermato che potrebbe reincarnarsi fuori dalla Cina, o potrebbe non reincarnarsi affatto. Invece il Partito Comunista Cinese sostiene - in un documento varato nel 2007 dal suo Ufficio per gli affari religiosi - che fin dai tempi della dinastia Qing ad avere l’ultima parola sulle reincarnazioni è il governo centrale. Non è vero.

È vero che i governi della Cina (e anche quelli di altri Paesi) hanno spesso nella storia cercato di interferire nel processo col quali i Lama - che erano la classe dirigente del Tibet prima dell’ invasione cinese - scelgono le reincarnazioni, che poi sarebbero i loro successori alla testa della “Chiesa” buddhista. Ma è altrettanto vero che solo i Lama possono scegliere le reincarnazioni e che nessun tibetano accetterà mai un Dalai Lama scelto dai burocrati di Pechino. E lasciamo da parte il fatto che i Qing hanno governato dal 1644 al 1912 - più di un secolo fa e che le dispute sulla reincarnazione risalgono al 18/mo secolo.  

I monaci del Jokhang sostengono apertamente il Dalai Lama. Uno di loro, che si identifica semplicemente come “Laba, un monaco del Jokhang”, spiega che “l’essenza del buddhismo” sta nel fatto che i bodhisattva - i saggi che potrebbero evitare di reincarnarsi nel mondo pieno di sofferenza degli umani - tornano volontariamente sulla Terra proprio per aiutare gli altri esseri umani. Alcuni dei libri sacri dei tibetani parlano proprio di come fare a scegliere la propria reincarnazione senza cadere nel panico che segue la morte. Sul fatto che il Dalai Lama, una reincarnazione del Buddha della compassione Avalokitesvara, sia un bodhisattva non ci possono essere dubbi - dal punto vista del buddhismo tibetano.

Non è finita qui. Un altro monaco, Nima Ciren, chiarisce che nel monastero non si segue il culto di Dorje Shugden, una divinità osteggiata dal Dalai Lama e promossa da Pechino perché in un suo nome è nato un gruppo politico tibetano avverso al Dalai Lama.

In poche parole, l’identità  tibetana è troppo forte e la natura del Tibet troppo severa perché funzioni il progetto cinese che consiste nell’emarginare il Dalai Lama - e scegliere la sua prossima reincarnazione, con conseguenze che non oso immaginare sui rapporti tra tibetani e immigrati cinesi -, conquistare le nuove generazioni a colpi di investimenti e annacquare quell’identità con una massiccia immigrazione (sulla quale peraltro non si riescono ad avere dati credibili).

Sono stato per cinque giorni in Tibet - quattro a Lhasa e uno in visita al meraviglioso lago di Namtso - con altri 14 colleghi, corrispondenti da Pechino di media stranieri. Un viaggio interessante sotto molti aspetti. Prima di tutto perché si è fatto: è stato il primo, per corrispondenti basati a Pechino, dal 2009. In quell’occasione un gruppo di monaci del Jokhang avvicinò i giornalisti dicendogli di non credere a quello che gli raccontavano i minders cinesi, e che non erano affatto liberi di praticare la loro religione. Da allora le visite dei giornalisti stranieri sono state organizzate solo dalle ambasciate cinesi all’ estero, e i partecipanti sono stati scelti dalle stesse ambasciate nei Paesi nei quali operano. La Regione Autonoma del Tibet o TAR è  l’unica provincia della Cina per visitare la quale non solo i giornalisti stranieri, ma anche i turisti, hanno bisogno di un permesso speciale. Altre zone a popolazione tibetana, per esempio nel Qinghai, sono di fatto chiuse dal 2008. 

Fin dalla preparazione del viaggio è stato chiaro che eravamo di fronte a una “lotta tra due linee”. Qualcuno voleva che il viaggio si facesse, qualcun’altro ha cercato di impedirlo fino dall’inizio. La partenza è stata rinviata due volte, e alla fine è avvenuta il 16 novembre - molto tardi per gli standard tibetani. Arrivati sul posto, la lotta è proseguita. Qualcuno voleva che noi reporter fossimo contenti, qualcun’ altro non gradiva affatto la nostra presenza. Tanto per dirne una, i due monaci di cui sopra o erano stati incaricati di riceverci o ci hanno avvicinato di loro volontà e nessuno li ha fermati. In ogni caso, un fatto significativo.

Pochi giorni prima del nostro gruppo era stata portata a Lhasa, con una decisione improvvisa, una delegazione di membri del Congresso degli Stati Uniti guidata dalla democratica Nancy Pelosi, amica personale e sostenitrice politica del Dalai Lama. Sia la visita dei corrispondenti che quella dei Congressmen non possono essere state decise senza l’ assenso del “massimo livello” del Partito, vale a dire il segretario generale e presidente della Repubblica Xi Jinping. E qualcuno si è opposto in tutti i modi e piuttosto apertamente a quella decisione. Anche questa è una cosa che non avevo mai visto, in 12 anni di vita da corrispondente in Cina. Non vado oltre, per evitare di lavorare troppo di fantasia. Mi limito a ripetere che il viaggio è stato molto interessante, davvero.

Al ritorno ho chiesto cosa ne pensava a Matteo Mecacci, attuale presidente della Campagna Internazionale per il Tibet. Ecco le mie domande e le sue risposte:

 

Q. Che prospettive ci sono per la ripresa di un dialogo significativo?

A. Il Governo cinese, se vuole, ha l’opportunità di trovare una soluzione politica alla questione tibetana grazie alla leadership del Dalai Lama. L’ho incontrato molte volte, e so che le sue intenzioni sono sincere. Il Dalai Lama punta a una soluzione che attraverso la garanzia dell'autonomia al popolo tibetano, possa garantire una convivenza pacifica con i cinesi nel rispetto dell’identità culturale e religiosa del proprio popolo. Una soluzione che decentralizzando il sistema politico porterebbe benefici alla Cina.

Q. Hai percepito segnali di un diverso atteggiamento da parte di Pechino, o almeno di una parte del gruppo dirigente?

A. Sicuramente nella società cinese ci sono persone che guardano al futuro della Cina non solo attraverso l’ideologia nazionalista, che il Governo cinese ha sostituito a quella comunista, e che pensano che la soluzione della questione tibetana sia politica. Tuttavia, la situazione in Tibet e' peggiorata a causa di misure di sicurezza e controllo sempre più strette che sono state imposte dopo le manifestazioni di massa del 2008: questo significa che gli estremisti stanno vincendo a Pechino. E questa tendenza non vale solo per il Tibet, ma per altre questioni internazionali. Avere invitato in Tibet la Leader dei Democratici americani Nancy Pelosi è stato un gesto che, pur con tutte le limitazioni imposte alla loro liberta’ di movimento, conferma che (il presidente cinese) Xi Jinping non ignora l’opinione della comunita’ internazionale sulla questione tibetana. Infatti, Nancy Pelosi non ha smesso di fare quello che fa da decenni; in ogni incontro a Lhasa e a Pechino, ha ribadito il sostegno e la stima del Congresso e del popolo Americano per le posizioni del Dalai Lama. Questo dimostra che parlare della questione tibetana con le autorità cinesi è non solo doveroso, ma è anche possibile.

Q. Ci sono discriminazioni sistematiche verso i cittadini cinesi di etnia tibetana, e quali?

A. La libertà religiosa è negata dal controllo assoluto del Governo cinese su quanto accade nei monasteri Tibetani. Dal 2012 ogni monastero ha al proprio interno o a fianco una stazione di polizia per controllarne le attività. Centinaia di monaci sono stati espulsi in tutto il Tibet. Il Partito comunista cinese conduce “campagne di rieducazione” come strumento per diffondere la lealta’ al partito e spesso si serve di appositi centri di detenzione.

La libertà di espressione è inesistente in Tibet dove chiunque può essere arrestato e condannato al carcere solo per avere una foto del Dalai Lama o per aver chiesto pubblicamente il rispetto dei propri diritti alle autorità. La libertà di manifestare non esiste per i Tibetani e l’esasperazione è tale che dal 2011 ci sono state oltre 140 autoimmolazioni per protestare contro le politiche del Governo cinese. La libertà di movimento in Tibet è fortemente limitata con posti di blocco ovunque e dall’estrema difficoltà di poter ottenere un passaporto. I cittadini di etnia cinese possono invece liberamente viaggiare ovunque nel mondo. I tibetani stanno progressivamente diventando una minoranza nel loro stesso Paese e lo sfruttamento economico del Tibet da parte dei cinesi sta alterando l’equilibrio ambientale che era stato mantenuto da secoli.