La Cina, Osborne e il futuro dell’ Europa

Xi Jinping è andato negli USA e in GB, a Pechino sono in arrivo Angela Merkel e Francois Hollande. Il nodo di come trattare con la Cina, come comportarsi con i dissidenti e con le sempre piu’ frequenti e progressivamente, a partire dal 2008, piu’ gravi, violazioni dei diritti umani e civili piu’ elementari da parte di Pechino non e’ piu’ rinviabile.

Una vignetta di Matt pubblicata dal Telegraph

Tutti i governi europei devono fare una scelta. Alcuni l’hanno già fatta. Come George Osborne, conservatore, 44 anni, Chancellor of the Exchequer (cioè ministro dell’economia e delle finanze) nel governo di David Cameron. In settembre ha visitato Urumqi, capitale della regione autonoma cinese del Xinjiang, affermando la volontà del suo governo di promuovere gli investimenti britannici in loco.

Il Xinjiang, come il Fuorilegge ha più volte ricordato in questi anni, è una terra senza legge, dove insorti della minoranza etnica uighura attaccano a coltellate civili cinesi e poliziotti e lo Stato reagisce con raffiche di anni, spesso decenni di prigione, con una pioggia di condanne a morte e di esecuzioni - tutte pene decise in processi che durano poche ore e nei quali gli imputati non hanno alcuna difesa. Prima che Xi Jinping arrivasse a Londra, la polizia britannica ha arrestato e detenuto un dissidente cinese e due tibetani che avevano in programma manifestazioni pacifiche contro la repressione in Cina. 

La scelta è chiara. Meno chiara, anche se sembra andare nella stessa direzione, quella del nostro governo. Il ministro degli esteri Paolo Gentiloni è stato uno dei due europei (l’altro era il suo collega francese) a presenziare alla parata militare del 3 settembre, a torto o a ragione - ma secondo me a ragione - interpretata come minacciosa dal Giappone, da Taiwan e da numerosi Paesi del sud est asiatico. In quell’occasione, Gentiloni ha precisato che si è trattato di un “segnale di attenzione” che il governo di Roma ha voluto mandare a quello di Pechino. 

I politici britannici si sono affrettati a dichiarare che il problema dei diritti umani è stato “sollevato” o “affrontato” nei colloqui con Xi. Cosa voglia dire non lo so. 

So che da anni nessun europeo parla seriamente di Liu Xiaobo, lo scrittore e premio Nobel per la pace che sta scontando una condanna a 11 anni di prigione per reati di opinione e tantomeno di sua moglie Liu Xia, che è detenuta da sei anni in un appartamento di Pechino senza essere stata processata, condannata o semplicemente accusata di alcun reato. È una libera cittadina e la polizia cinese la tiene prigioniera. 

E nessun governante europeo ha sollevato, che mi risulti, il caso - se possibile più grave ancora - di Bao Longjun, un ragazzo di 16 anni al quale e’ stato tolto il passaporto e, quando ha cercato di lasciare la Cina senza il necessario documento, è stato bloccato da agenti cinesi nel Myanmar e riportato in Cina, dove è detenuto in una località segreta e gli viene impedito di proseguire i suoi studi - la ragione che lo aveva portato a espatriare clandestinamente. La sua colpa? I suoi genitori sono gli avvocati Wang Yu e Bao Longjun, arrestati nel pogrom dell’estate scorsa che ha visto finire in prigione per periodi più o meno lunghi quasi 300 avvocati - mentre Xi Jinping e i suoi ministri continuano a sostenere che la Cina è uno Stato di diritto.

Verna Yu del South China Morning Post - un giornale fiancheggiatore di Pechino - ha scritto recentemente:

“Il concetto di zhulian - il coinvolgimento per associazione di membri della famiglie dei criminali politici - è profondamente radicato nella cultura cinese. Ai tempi delle dinastie imperiali, anche lontani parenti dei prigionieri politici potevano essere messi a morte. Durante la Rivoluzione Culturale, figli e coniugi delle persone viste come “nemici dello Stato” venivano perseguitati perché vissuti in un “ambiente negativo””.

Prosegue Verna Yu: “Il professor Jerome Cohen, un esperto di legge cinese dell’Università di New York, afferma che il Partito Comunista usa ancora la punizione collettiva per costringere i detenuti a “confessare” presunti crimini, anche se la pratica è stata abolita più di un secolo fa dalla dinastia Qing (1644-1911). “Evidentemente le autorità pensano che si tratti di uno strumento efficace, dato che può trasformare anche il più coraggioso dissidente in una vittima compiacente del Partito Comunista”, sostiene”.

Secondo Evan Medeiros, ex-consigliere per l’Asia del presidente Barack Obama, “se c’è una cosa ovvia nel gestire le relazione con l’emergente Cina è che se cedi alle pressioni cinesi, questo porterà inevitabilmente a pressioni più forti”. Gli si potrebbe obiettare che l’Europa non ha la settima flotta nel Pacifico: vero, ma non decisivo.

Fabio Cavalera, corrispondente del Corriere della Sera prima da Pechino e ora da Londra, ha scritto sul suo blog “Big Ben” che “…Londra cerca sponde oltre l’ Europa, anche in chiave “Brexit, e le trova…”. Già. Ma cosa dire di tutti gli altri, che non progettano di uscire dall’Unione Europea?

La Cina tiene molto all’ Unione Europea, che e’ il primo mercato per le sue esportazioni, che ha molto da darle in termini di know how e di modelli consumo. L’ Europa non è “egemonista” come gli USA e Pechino è alla disperata ricerca di un accordo di libero scambio. Non per niente Xi Jinping ha esortato Cameron a rimanere nell’Unione.

Insomma, l’Unione Europea ha molte carte da giocare nei suoi rapporti con la Cina - solo che per giocarle dovrebbe agire in modo coordinato. Presentarsi in ordine sparso, anzi in concorrenza l’uno con l’altro senza avere singolarmente alcun potere di contrattazione col gigante cinese porterà - sta già portando - alla subordinazione alla Nuova Potenza senza ottenere nulla in cambio. 

A fare finta di non vedere i minorenni perseguitati ottusamente da una polizia guidata da concezioni medioevali, a rinunciare alla dignità della propria storia in cambio di una manciata di investimenti che certo non riporteranno il Vecchio Continente ai fasti dell’ 800. 

L’ alternativa c’è, ma c’è per l’Europa - non per l’Italia, la Francia, la Germania, la Grecia…