Tehran e Pyongyang per un mondo sempre piu’ nucleare

In un documentato articolo su Foreign Affaris, John Delury ricorda la storia dell'accordo sulla sospensione del programma nucleare della Corea del Nord per paragonarlo con quello raggiunto la scorsa settimana tra i 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell' ONU con l' aggiunta della Germania) e l' Iran.

[Sfilata militare a Pyongyang; foto credit: telegraph.co.uk]

 

"La lezione fondamentale del fallimento della diplomazia con la Corea del Nord è che anche il miglior accordo possibile con l' Iran non e' che un preludio al vero dramma diplomatico", scrive Delury, e mi sembra difficile dargli torto. Il giornalista ricorda che l'accordo raggiunto tra USA e Corea del Nord nel 1994 (presidenti Bill Clinton e Kim Jong-il) rappresentava una possibilità reale di una rinuncia di Pyongyang alle armi nucleari in cambio di una piena integrazione nella comunita' internazionale, che avrebbe portato grandi benefici alla sua impoverita popolazione. L' accordo fu sabotato dai "falchi" dell' uno e dell'altro Paese, fino a quando non fu seppellito da George W. Bush con la sua teoria dell' "asse del male", che comprendeva la Corea del Nord.

"Col male - chiarì il suo vice Dick Cheney - noi non trattiamo, noi lo sconfiggiamo".

Risultato: oggi Pyongyang dispone di un certo numero di testate atomiche ed è a un passo dal diventare la nona potenza atomica riconosciuta dopo i soliti cinque del Consiglio di Sicurezza (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia) e i nuovi arrivati Israele, India e Pakistan. I tecnici ci hanno spiegato - se ho ben capito - che con l'accordo di Ginvera l'Iran non potrà costruire ordigni atomici prima di 10-15 anni. Questo, se l'accordo tiene. Altrimenti i tempi possono essere accorciati. E la tenuta o meno dell'accordo dipende da come procederanno i rapporti tra Tehran e il resto del mondo. Non si può non sottolineare con soddisfazione l'accoglienza che la popolazione di Tehran ha riservato all'accordo.

Il messaggio dei cittadini che hanno percorso le strade della capitale strombazzando con i clakson come si fa dopo le vittorie nelle partite internazionali di calcio, è chiaro. Sarà anche perché le sanzioni economiche hanno funzionato, ma non ne possono più di essere isolati dal mondo, vogliono partecipare a pieno titolo alle vicende di una società che è sempre più globale. Chiedono al loro governo di fare una politica che porti a questo risultato - e non ad un maggiore isolamento (messaggio subliminale ma non troppo agli estremisti sciiti: noi, il popolo, NON siamo con voi, datevi una regolata).

Le premesse ci sono e ci portano nel cuore di quel groviglio di contraddizioni antiche e attuali che è il Medio Oriente: l'Iraq, dove gli sciiti (e gli stessi militari iraniani), sono alleati con i kurdi e, indirettamente, con gli USA nel combattere lo Stato Islamico (filiazione, checché ne dicano politici e diplomatici, degli estremisti sunniti-wahabiti che dominano l' Arabia Saudita), la Siria - dove invece Tehran sostiene il dittatore Bashar Al Assad e l' Occidente sostiene non si sa bene chi (gli anti-Assad, compresi Stato Islamico e Al Qaeda? booscchh…), lo Yemen - dove l'Iran sostiene i ribelli Houti, i sauditi il presidente Abd-Rabbu Mansur Hadi e l'Occidente, che almeno in teoria è alleato dei sauditi, è in realtà assente dalla scena.

Ma il non-si-sa-bene-chi-appoggiare non può essere una politica. Si avvicina l'ora di scelte drammatiche per tutti gli attori. Bisogna sapere chi si combatte e chi si aiuta, con chi si vuole collaborare e con chi non si vuole farlo. Direi che gli ultimi due-tre anni hanno dimostrato che il pericolo principale è l'integralismo islamico sunnita-wahabita ma chissà se nelle Alte Sfere la pensano allo stesso modo! C'è anche un altro aspetto in questa questione: alle cinque potenze atomiche dichiarate e alle quattro che lo sono di fatto dobbiamo aggiungere l' Iran, bloccato per il momento da un accordo diplomatico brillante ma la cui tenuta è dubbia. Forse è ora di ripensare anche al Trattato di Non-Proliferazione, un accordo internazionale importante e coraggioso, che però potrebbe aver fatto il suo tempo.