Smacco per Pechino, cade la “perla” Rajapaksa

L'inattesa sconfitta elettorale di Percy Mahendra Rajapaksa detto Mahinda, "Re" dello Sri Lanka, vincitore delle terribili Tigri Tamil, amico per la pelle di Pechino, è destinata a ridisegnare il quadro strategico dell' Asia Meridionalee a portare un profondo cambiamento nelle relazioni tra Cina e India, relazioni importanti per tutta l'Asia e - mi spingerei a dire - per tutto il mondo.

[Un alleato in meno per Pechino sulla Via della Seta del mare: cade Rajapaksa. Foto: Ap]


Corpulento, ridanciano, coi folti baffoni spioventi, Rajapaksa - che quando fu eletto per la prima volta alla presidenza del piccolo paese asiatico, nel 2005, aveva 61 anni - aveva creato una mini-monarchia concentrando nelle proprie mani un potere che nessuno dei suoi predecessori aveva osato sognare. Non per niente era riuscito a fare cambiare la Costituzione per assicurarsi un terzo mandato che, fino a poche settimane fa, sembrava sicuro.

Rajapaksa ha costruito le sue fortune sulla vittoriosa offensiva del 2008-2009 contro le Tigri per la Liberazione della Patria Tamil (Ltte) - che per molti anni, sotto la guida dello spietato Vellupillai Prahbakaran, erano sembrate invincibili - e sul sostegno economico di Pechino, che ha investito quattro miliardi di dollari nello sviluppo delle infrastrutture dello Sri Lanka. Tra queste, brilla il porto di Hambantota, dove più volte sono apparsi negli ultimi anni i sottomarini a prolusione nucleare della marina militare cinese.

Nella visione del presidente Xi Jinping, lo Sri Lanka dovrebbe avere un ruolo centrale nella costruzione della "Via della Seta marittima" - una catena di porti amici non solo per le imprese cinesi ma anche per le sue navi da guerra. Questa catena, che viene chiamata anche "la collana di perle", proseguirebbe verso le coste del Pakistan, altro alleato di ferro di Pechino (e nemico giurato dell' India), per poi attraversare il Golfo Persico e infine raggiungere paesi europei amici come la Grecia e l'Italia - dove i politici di tutti gli schieramenti aspettano a braccia aperte il gigante cinese, sperando che risolva i loro problemi economici (a torto, secondo me, ma questo è un altro discorso...).

Torniamo a Rajapaksa. La Cina, come amica e protettrice ha il vantaggio, rispetto ai paesi occidentali, di seguire una politica di "non interferenza" negli affari di altri paesi: tradotto dal sino-politichese, significa che se ne frega del rispetto dei più elementari diritti dei cittadini di quei paesi. Senza un amico così, Rajapaksa non avrebbe vinto la guerra: la vittoria è stata ottenuta al prezzo della vita di migliaia di civili tamil - anche per responsabilità delle Tigri, che se li sono portati dietro nella ritirata - tra cui il 12enne figlio di Prabhakaran, Balachandran, che è stato ucciso a sangue freddo dopo essere stato catturato vivo, come documentano una serie di foto. Nelle prime il ragazzino appare disorientato ma in buona salute. In quelle successive è un cadavere con i segni di cinque colpi di arma da fuoco sul petto. La Cina non solo ha fornito le armi per l'offensiva, ma ha bloccato l'indagine dell'Onu sull'accaduto, salvando Rajapaksa da un processo per crimini di guerra.

Non sarebbe giusto dire che l'esercito dello Sri Lanka ha sconfitto le Tigri solo grazie alle armi cinesi. Il "gabinetto di guerra" formato dallo stesso Rajapaksa, da suo fratello Gotabhaya, ex-militare e ministro della difesa, e dal capo dell' esercito Sarath Fonseka ha azzecato le mosse giuste sia sul campo di battaglia che sul piano politico, riuscendo a tenere uniti tutti i gruppi della maggioranza etnica cingalese, in genere in feroce concorrenza tra di loro e pronti a sfruttare la "sponda" delle Tigri pur di sconfiggere i loro avversari.

Va anche ricordato che le Tigri erano fortemente indebolite dei loro numerosi loro errori politici - prima di tutto l'assassinio di Rajiv Gandhi, che le ha private dell'indispensabile retroterra indiano - e dalla "stretta" seguita in tutto il mondo al 9/11, che ha portato al prosciugamento delle sue fonti di finanziamento nella diaspora tamil. Quando poi il comandante delle Tigri che operavano sulla costa orientale, Karuna, si è ribellato a Prabhakaran sottraendogli seimila combattenti e la principale fonte di reclutamento, la sorte del "leader supremo" e dei suoi fedelissimi era segnata.

L'India è stata pronta a cogliere l'occasione: la stampa ha salutato la sconfitta di Rajapaksa come un'opportunità per ricostruire le relazioni con il vicino e il primo ministro Narendra Modi non ha perso tempo nel congratularsi col vincitore Maithripala Sirisena. Ex-alleato di Rajapaksa, Sirisena si è ribellato al suo leader accusandolo di autoritarismo e di corruzione. Ha vinto anche grazie al sostegno delle minoranze - i tamil e i musulmani, che lo hanno votato in blocco - e dell'opposizione cingalese. Le sue intenzioni sono tutt'altro che chiare ma gli osservatori sono concordi nell'aspettarsi un prudente riavvicinamento all'India e un rallentamento della corsa a diventare un "secondo Pakistan", vale a dire un alleato di ferro di Pechino in funzione anti-indiana. Doppio scacco per la Cina di Xi Jinping, che non solo ha perso un prezioso alleato, ma lo ha perso grazie ad una democrazia asiatica che ha dimostrato di poter funzionare a dispetto di una feroce guerra civile e di una difficile situazione economica.

Il progetto della Via della Seta Marittima non è del tutto compromesso ma certamente ha subito un duro colpo. Ed è seriamente in dubbio che i sommergibili cinesi tornino - almeno nel breve periodo - a parcheggiarsi nelle acque amiche di Hambantota.