Considerazioni a caldo sulle morti al Kumbh Mela

 

Stamattina accendo la tv e Twitter e mi investe la valanga di reazioni alle 36 morti di ieri sera alla stazione di Allahabad, dove in questi giorni si sta tenendo il Kumbh Mela.

Il Kumbh Mela è forse la festività più importante per la religione hindu. Milioni (ripeto, milioni!) di fedeli arrivano da tutta l'India per tuffarsi nelle acque dei fiumi sacri che scorrono ad Haridvar, Ujjain, Nashik ed Allahabad (il festival si tiene a turno annuale in ognuna di queste località). Quello di quest'anno, ad Allahabad, è un Maha Kumbh Mela, un "grande" Kumbh Mela, evento che si ripresenterà solo tra 144 anni.

Secondo le ultime notizie, sono 36 le vittime della folla impazzita che ieri alle 7 di sera, per motivi ancora tutti da chiarire, è scappata al controllo delle autorità nella stazione del treno di Allahabad.

I giornali e tg indiani, mentre scrivo, sono tutti un lamento per "la tragedia". Piovono accuse un po' contro tutti: la polizia, che avrebbe caricato la folla in stazione; il governo locale dell'Uttar Pradesh, che non sarebbe stato in grado di garantire la sicurezza dei pellegrini; il Ministero delle Ferrovie, che si sarebbe dimostrato incapace di gestire il flusso dei fedeli.

Il Bjp, partito conservatore all'opposizione, sbraita in tv insistendo sulla caccia al colpevole.

Quando ho sentito la notizia mi sono tornate alla mente alcune immagini di episodi vissuti qui in India nell'ultimo anno e mezzo.

Quattro giorni fa viaggiavo in sleeper class sul treno Chennai-Kolkata (28 ore di viaggio). Pur avendo prenotato il biglietto e sedendo nello scompartimento riservato ai posti con prenotazione, ad un certo punto dove ci sarebbero dovute stare 8 persone - 8 biglietti venduti per 8 viaggiatori - ne contavo 21: chi sdraiato a terra, chi in braccio a fratelli o genitori, chi schiacciato in piedi in mezzo al corridoio dove i venditori ambulanti di chai e fritti vari ed eventuali pretendevano - giustamente - di passare.

E' una scena assolutamente normale sui treni indiani, come assolutamente normale è il fatto che molti di questi viaggiatori non solo fossero saliti su una carrozza in teoria riservata, ma l'avessero fatto senza comprare il biglietto. E questo in condizioni per nulla speciali, su un semplice treno di linea.

Con un po' d'inventiva si può immaginare quale fosse la situazione alla stazione di Allahabad, strapiena di persone abituate da una vita a farsi viaggi di ore schiacciati all'inverosimile, a spingere e lottare per un posto vicino al finestrino negli scompartimenti general non per godersi il panorama, ma per respirare.

Fedeli arrivati da ogni angolo dell'India pronti ad essere di nuovo stipati come bestie in treni di metallo, legno e lamiera, a sopportare condizioni di viaggio che in occidente consideriamo disumane. Roba da repertorio da Istituto Luce sulla deportazione, per rendere l'idea.

Ora, non mi interessa aggiungermi al coro delle prefiche, a stracciarmi le vesti e strapparmi i capelli come i "superstiti" intervistati dalle televisioni indiane, pornografia del dolore trasmessa via cavo nelle case benestanti del subcontinente, come la mia.

Ci tengo solo a sottolineare che la stragrande maggioranza degli indiani che vanno a questo tipo di festività arrivano da uno strato sociale completamente abbandonata dallo Stato.

E' il famoso aam admi, l'uomo comune sbandierato dalla politica nazionale che tutti i giorni vive spesso senza acqua corrente, senza elettricità, senza sanitari. L'uomo per il quale si conducono battaglie contro l'aumento dei biglietti del treno o della benzina, l'arrivo delle multinazionali dei supermercati "alle quali il governo ha svenduto l'India" e che giornalmente vive una vita subumana che fa comodo a molti.

Fa comodo al governo - di oggi, di ieri e di domani - che svolge in India una funzione assistenzialista senza riuscire a creare condizioni di miglioramento del tenore di vita o - miraggio - un qualcosa che somigli vagamente ad un ascensore sociale. Per non parlare dell'educazione alle priorità, roba che nei villaggi - e non solo - c'è il rischio che i soldi guadagnati dopo una giornata di lavoro se li beva il padre di famiglia o finiscano in ori e gioielli per la dote della figlia.

Fa comodo all'imprenditoria interna e straniera, che dispone di una riserva sterminata di manodopera non specializzata pagabile letteralmente in manciate di riso, avendo abbassato i bisogni minimi dell'esistenza alla sopravvivenza.

Fa comodo alla middle class, ché costa (molto) meno prendere una tribale che venga a lavarti i panni - come ce l'abbiamo noi - piuttosto che comprare una lavatrice.

E fa comodo al sistema del turismo indiano, che con le masse a perdita d'occhio dei fedeli del Kumbh Mela costruisce e impacchetta l'immagine di un Paese esclusivamente spirituale, dove si vive di aria e adorazioni di dèi con faccia da elefante. Un Paese dove la povertà è sì un problema, ma fa tanto folk.


Tutto ciò per dire che i 36 morti di Allahabad non sono vittime di "una tragedia", che non è colpa né dell'ambulanza che arriva con due ore di ritardo (con centinaia di migliaia di persone nella stazione, è un miracolo sia arrivata), né di ministri, di cariche della polizia, della folla impazzita.

In India queste morti sono il prezzo che il Paese paga al sistema assurdo sul quale è costruito e dal quale non riesce - o non vuole - distaccarsi. Il sistema che fa dichiarare ad un pellegrino al Maha Kumbh Mela, intervistato dal New York Times, "non posso credere che Dio ci abbia punito così".

Ecco, l'India di oggi è il Paese dove se 36 persone muoiono schiacciate dalla folla la colpa è di Dio.