Riflessioni elettorali italoindiane

 

In queste prime settimane del 2013 sono stato inaspettatamente molto impegnato e, per forza di cose, ho dovuto tagliare il tempo dedicato a questo blog. Chi mi segue oltre le cazzate che solitamente scrivo da queste parti avrà visto questi due articoli qui che, nel loro piccolo, hanno fatto un bel po' di casino e fatto incazzare un po' di gente. 

Ora sto lavorando ad un altro paio di progetti con Giuseppe, fotografo romano che ho malauguratamente introdotto al vortice della dipendenza da paan, e tra poche ore risalirò sul Chennai mail, treno diretto a Calcutta. Ci mette solo 28 ore. Tutto ciò per dire che no, non sono ancora morto di dissenteria, non mi sono ancora impiccato con la cintura al ventilatore per aver smesso di fumare - e il tabacco non mi manca, tié - e che presto tornerò a ritmi di socialità virtuale più vicini alla normalità.

Leggo però che in Italia sta impazzando la follia pre elezioni, argomento che ho dovuto affrontare ieri sera a cena con due amici indiani di Chennai. Parlando e parlando ci siamo spostati sulla situazione indiana di oggi - pessima, secondo me e loro - e su quella di ieri. Voglio condividere con voi due dati estemporanei, così pour parler, poi ognuno ci fa quello che vuole e trae le conclusioni che ritiene opportune sia per l'Italia che per l'India.

Durante il British Raj, l'occupazione britannica del territorio indiano durata quasi un secolo, gli inglesi residenti in India (una minima parte civili, maggioranza soldati) non superavano le 150mila unità; i locali (indiani pakistani e birmani, presumo) nel censimento del 1920, erano già 300 milioni; raggiunsero l'indipendenza solo 27 anni dopo. Questi numeri li ho letti, non alla lettera, su Un'Idea dell'India di Moravia, che mi sono divorato in un pomeriggio sul treno Calcutta-Chennai e che ho trovato bellissimo soprattutto per quanto Moravia doveva essere un cagacazzi di prima categoria.

Nelle ultime elezioni generali del 2009, quelle per eleggere il governo centrale, in India ha votato meno del 60 per cento degli aventi diritto. Cioè il destino di 1,2 miliardi di persone è stato deciso da poco più della metà della popolazione, e chissà quale metà.

Negli ultimi due anni, mentre la crisi economica si è ripercossa su tutti i mercati del mondo, sono sorti in India forti movimenti della società civile come India Against Corruption di Anna Hazare e l'Aam Aadmi Party (il "partito dell'uomo comune") di Arvind Kejriwal, entrambi caratterizzati da lotte sociali incentrate sul denaro, corruzione, classe politica inadatta, sprazzi di democrazia diretta e - Kejriwal più esplicitamente - esaltazione di un futuro Paese guidato dall'Aam Aadmi, dall'uomo comune.

L'Aam Aadmi Party si presenterà alle prossime elezioni generali del 2014, tra una destra in completo stato confusionale che probabilmente si arroccherà sulla tradizione dell'estremismo hindu, e un centrosinistra attraversato da lotte intestine all'interno del Indian National Congress e della coalizione di governo, che probabilmente lancerà verso la candidatura a primo ministro il rampollo Rahul Gandhi, ultimo erede della dinastia politica Nehru-Gandhi.

Ci divertiremo tutti quanti.