L’India con la baguette

 

Dopo oltre un anno nel nostro Bengala dorato, come recita l'inno nazionale del Bangladesh, stiamo valutando la possibilità di trasferirci, probabilmente nel 2014, in un'altra India. Escludendo per ora le megalopoli Calcutta, Delhi, Mumbai eccetera, abbiamo chiesto ad amici e conoscenti di indicarci delle città di media grandezza - che in India significa abbondantemente sopra al milione di abitanti - dove poter spostare baracca e burattini.


Tra le mete papabili è saltata fuori Pondicherry, ex colonia francese nel sud dell'India. La presentazione era stata: un posto tropicale con le spiagge dove si può fare il bagno in bikini, panetterie fancesi a prezzi onesti, l'alcol d'importazione è esentasse.

Dopo quasi una settimana a Pondicherry, appena prima di tornare verso Chennai, ecco cosa mi sento di rilevare.

Pondicherry è un posto dove, purtroppo, l'influenza dell'occupazione francese è ancora molto forte, tanto che i locali è più probabile parlino francese che inglese, oltre al tamil. Le case coloniali, per carità di Dio, sono bellissime. Quasi tutte ristrutturate per far spazio a bistrò, café, atelier, baguetterie, creperie, guesthouse e varie amenità dai prezzi moralmente proibitivi.

Arringa terzomondista? No. Semplicemente se entro in un posto, guardo il menù e alla voce "vegetarian sandwich" c'è scritto 255 rupie (più di quattro euro, in un ristorante indiano con la stessa cifra ci si cena in due), non mi arrabbio neanche per il rincaro assassino. Rimpiango di aver fatto le scale per andare sul rooftop, che fa caldo e riscenderle è fatica.

Pondicherry è una meta turistica e i bianchi che ci vivono - moltissimi francesi avanti con gli anni, che svernano al caldo sei mesi all'anno - vengono trattati di conseguenza, come turisti a lungo termine che non si sforzano di parlare la lingua locale e riducono al minimo i contatti coi tamil. Tanto che la città è letteralmente divisa in zona bianca, quella più vicina al lungomare, e zona tamil, dove vive la manovalanza dell'indotto turistico: chi affitta biciclette e scooter, negozi di vestiti etnici, supermercati. Un'apartheid soft alla quale, vivendo da minoranza bianca a Santiniketan, non sono proprio abituato.

Certo, fare due passi e tornare a casa con una baguette croccante per 44 rupie (60 centesimi) o con dei cornetti caldi al cioccolato è un lusso a buon mercato che ingolosisce, come comprare una bottiglia di Martini allo stesso prezzo dell'Auchan di Casalbertone, ma è abbastanza per trasferirsi in pianta semistabile per un anno, con affitti alle stelle per il fattore "francois"? Per me è un no.

Se siete in viaggio in India e volete prendervi una pausa dall'India, Pondicherry è l'ideale: un'enclave occidentale buona per una vacanza dal tran tran supersonico delle grosse città. Anche se il casino delle moto e dei clacson c'è anche qui, non si scampa.

Se lo fate per il mare non vale la pena: le spiagge sono da dividere coi pescatori della zona - lenze, carcasse di pesci attaccate da corvi e vari animali selvatici, mucche comprese - con la sporcizia a pochi metri dal bagnasciuga, e il mare della baia del Bengala non è esattamente placido e cristallino come, mi dicono, quello delle isole Andamane.

E la storia del bikini è la storia della tolleranza indiana: tecnicamente si può fare, ma la popolazione locale lo prenderà come l'introduzione ad un soft porn. Se ve ne fregate degli sguardi allupati, altro non dovete temere.

Unica nota assolutamente positiva: vicino a Pondicherry sorge la comunità "post-hippie" di Auroville, della quale spero avrò modo di scrivere dettagliatamente in futuro. Senza addentrarci nell'esperimento di società sostenibile e bio portato avanti dagli aurovilliani, rimane un dato innegabile.

Alla pizzeria Tanto, all'interno di Auroville, ho mangiato la pizza più buona degli ultimi quattro anni passati avanti e indietro per l'Asia. Una pomodoro e ricotta a 250 rupie, che a uno poi gli vien voglia di rifarsi le scale per il rooftop del "vegetarian sandiwch", prendere per le braccia la cameriera indofrancese, guardarla intensamente negli occhi e chiederle: "Ma perché?"