Perché di Asia non ce n’è una sola

Il rockbund museum di Shanghai non è il nuovo museo della storia del rock della cittá. Dentro non vi troverete la chitarra suonata negli anni ottanta di Cui Jian – il Vasco Rossi cinese, ma se vi capitate prima dell’ 8 dicembre, vedrete la mostra dei finalisti del Premio Hugo Boss che per la prima volta propone una sezione totalmente dedicata alla Cina.



Dal 1996 l’organizzazione del Hugo Boss Prize sostiene l’arte contemporanea internazionale consegnando premi da 100,000 dollari ed è gestito dalla roccaforte del Guggenheim Museum.





 In Cina non si è associato con i primi cinesi che passavano, anzi, come al solito, qui i cinesi c’entrano poco. Il museo, situato nella vecchia zona del Bund, ha il pregio di essere l’antico Royal Asiatic Society - il primo museo dell’arte moderna cinese (1857), è stato preso sotto l’ala protettrice della famiglia Rockfeller, la quale l’ha consegnata al francese Larys Frogier per farlo diventare la nuova piattaforma di interscambio artistico di Shanghai.



Nei sei piani di questo nuovo spazio espositivo, video, installazione, fotografia e performance si sono date battaglia per dimostrare come la giovane arte cinese abbia velocemente raggiunto le tendenze internazionali.



 Il giorno dell’apertura, il 13 settembre, per spiegare questi nuovi aspetti dell’arte asiatica, al primo piano del museo si è tenuto un simposio con parte dei giuristi del premio – curatori e studiosi di arte asiatica internazionali.

Come si percepisce dal titolo “Asia Art Mutations: Language and Social Practice”, l’intera giornata è stata dedicata a 4 aspetti principali per ridefinire l’arte asiatica: il mezzo artistico in Asia, capire l’arte contemporanea e la sua identitá, la performance artistica ed il suo contesto ed infine social interventions.




Tra tutti, un aspetto è stato citato piú volte durante tutti i 15 interventi: l’identitá dell’arte asiatica. Come ha fatto notare la curatrice filippina Marian Pastor Roces, il concetto di arte asiatica è nato a livello accademico per descrivere qualcosa che fosse “Altro” dal mondo occidentale, e che oggi, grazie al boom economico, ne è diventato un Brand prettamente commerciale. Il concetto di Asia non nasce in Asia ma al di fuori, ed esso non considera le enormi differenze che l’ASIA ha al suo interno. Ad esempio, se l’arte musulmana delle filippine rientra solo marginalmente nelle nostra idea di arte asiatica, lo é indiscutibilmente a livello geografico e di fatto ne ha influenzato quell’idea di arte asiatica che genericamente definiamo tale. Pertanto l’identitá asiatica presenta delle incongruenze tra l’idea esterna di Asia e l’idea che la stessa Asia ha iniziato a costruire di sé. Cosi, quando gli indiani parlano di arte asiatica intendono l’arte indiana, i giapponesi quella giapponese, i cinesi quella cinese e via dicendo.


La questione sull’errato modo di osservare l’Asia da parte occidentale era giá stato ampiamente trattato da Edward Said ne “L’orientalismo” e sucessivamente discusso negli ultimi 40 anni. Ma come fa notare la curatrice cinese Wu Wei, anche se l’identitá asiatica è stata per tanto tempo definita e discussa dall’esterno, oggi l’Asia ha finalmente i mezzi e la credibilitá per poter definire se stessa senza bisogno di una conferma dall’esterno. Forse é giunto il momento di non parlarne, ma sentire cosa gli asiatici hanno da raccontarci.