L’anno che è stato

Buon anno del cavallo!

Le celebrazioni del capodanno cinese che si trascinano per un paio di settimane sono secondo tradizione il momento dell’anno per fare ordine e pulizia.

Rimettendo così in ordine lo scaffale di Beijing Calling su cui si sono accumulati i dischi usciti negli ultimi mesi, colgo l’occasione di riascoltare un po’ di musica e fare un bilancio dell’anno appena trascorso, e allo stesso tempo fare spazio ai nuovi dischi che ci porterà l’anno del cavallo.

Ma non senza qualche breve considerazione preliminare.

 

L’anno del serpente non è stato un momento magico per la scena musicale rock. Si è chiaramente avvertito il venire meno di un entusiasmo sincero, senso di coesione e sono mancate novità esaltanti.

Va riconosciuto comunque che quest’anno si sono viste orbitare a Pechino nuove band. Nomi come Hiperson, The Sound and the Fury, Hecate, The Big Wave, Xinma Youjiang, Baby Formula, ecc., sono state accolte bene dal sempre più sonnolento pubblico pechinese in cerca di nuovi stimoli, soprattutto se queste vengono da città di seconda e terza fascia come molte di queste band. Che Pechino stia perdendo il primato di capitale del rock?

Un dato certo è che la presenza femminile è costante e anzi sempre più centrale all’interno delle giovani band, molto più che nei gruppi della generazione precedente e nella media delle band occidentali.

Musicalmente molti di questi progetti guardano all’Inghilterra degli anni ’80 e ’90, a generi come new wave e shoegaze, anche se la maggior parte dei loro componenti sono nati proprio in quegli anni. Insomma non si può parlare proprio di nostalgia, ma piuttosto di ammirazione di un modello che si è conosciuto a posteriori.

Ecco, questo forse il problema dell’attuale scena musicale, non è la mancanza di qualità, né di dischi, locali, mezzi e opportunità, quanto piuttosto quella di unicità e originalità.

Ma speriamo che il 2014 ci porterà sorprese, e ovviamente di poterne riparlare tra qualche mese.

 

Intanto veniamo ai migliori dischi dell’anno passato, ultimo vero genere di conforto dei desolanti giorni grigi e desolati del capodanno pechinese.

 

1. PK14 “1984” (Maybe Mars)

Devo ammettere di non essere mai stato un grande fan dei PK14; non ho mai colto il senso della loro forma punk e le loro strutture articolate, e ho sempre fatto poco attenzione ai testi di Yang Haisong, anche se ne ho sempre ammirato la voce, a metà tra annoiato e disperato.

“1984” è però oggettivamente un grande passo in avanti per la band, oltre che in assoluto il migliore disco dell’anno, per la qualità produttiva, per profondità della scrittura, per l’evoluzione del suono della band e perché i PK14 sono forse l’ultimo gruppo in cui la generazione dello yaogun si sa riconoscere e unire .

Musica e testi dei PK14 sono diventati un unico flusso di coscienza, la prima trovando una nuova ispirazione melodica e i secondi esplorando nuovi territori d’astrazione poetica. E il titolo orwelliano ben rappresenta l’attitudine emotiva della band.

                Ancora una volta la Maybe Mars ha saputo produrre un disco con qualità superiore alla media, tra l’altro affidando la registrazione a Steve Albini, che è un’icona del suono elettrico degli ultimi venti anni.

 

2.  Glow Curve “Dedicate To Mind”

Mi ricordo i primi concerti dei Glow Curve al D-22 nel 2009, quando ancora si chiamavano Maze, ed erano freschi di un demo cd sull’etichetta estremista NoJiji: post-rock in cui gli intrecci di chitarre erano ben disegnati ma non molto originali. Poi mentre quel loro primo stile diventava sempre più spesso un marchio delle nuove band del Beijing post-rock, i Maze cambiano nome, diventando Glow Curve (发光曲线 faguangquxian). Realizzano un disco omonimo interessante (anche se non al livello delle loro performance) prendono elementi musicali da altri generi, inseriscono suoni elettronici, e affinano arrangiamenti sempre più ricchi, seguendo un loro percorso musicale che dopo 4 anni li ha portati a “Dedicated To Mind”, uscito per l’etichetta simbolo del rock cinese, Modern Sky. Il brano Midnigh Express è un epico vortice, e come il resto del disco articolato e più complesso di quel che sembra.

 

3. Residence A  “The Love of This Era” (Gudlife)

Sono i miei beneamini, e non ne ho mai fatto un mistero. Potevano essere gli U2 o Coldplay dello yaogun ma si stanno spingendo oltre, affascinati da nuove sonorità e influenze, ma sempre sulla breccia di far emozionare il pubblico, soprattutto quello più giovane. Questo è un ep di 5 brani, due dei quali sono nuove registrazioni di brani dal precedente album e se fosse stato un disco intero sarebbe probabilmente al primo posto. Finalmente i Residence A riescono a trasmettere anche su disco il loro suono in un modo più chiaro e intenso.

 

 

               

4.  Walnut Room “Lost Appearance”

Tra i pochi post di Beijing Calling dello scorso anni c’era la recensione di “Lost Appearance”. Quindi c’è poco d’aggiungere se non che a distanza di mesi questo disco è ancora una delle esperienze  più originali (e deliranti) della sperimentazione musicale cinese degli ultimi tempi.

 

 

5.  AA.VV. “Shanshui Records – 10th Anniversary” (Shanshui)

La Shanshui è decisamente l’etichetta di musica elettronica più longeva in Cina, e questo cofanetto celebrativo di 4 cd lo dimostra. Nel suo percorso Shanshui ha coperto il vasto mondo elettronico in modo trasversale, oltre le dinamiche del dance floor: dalle delicatezze folk-troniche di Me:mo alla ruvidità industriale dei Panda Twin. Ha poi indulgiato negli ultimi tempi nella nicchia del suono 8-bit, dove ritmi elettronici si incontrano con la nostalgia per i suoni a bassa risoluzione delle prime console di videogames. Un suono che per quanto divertente ha in parte distolto l’etichetta dalle sue reali potenzialità.

I 4 cd sono divisi per sotto-generi: techno-electro il primo, ambient-folktronica il secondo, 8-bit il terzo, dubstep-breakbeat il quarto. A riempire i cd sono tutti gli artisti passati, presenti e futuri della Shanshui e amici internazionali, tutti con brani inediti che offrono una gamma ampia delle possibili declinazioni elettroniche e una qualità media piuttosto alta, soprattutto nei primi due dischi.

L’essenziale ma curatissimo design del box è un perfetto biglietto da visita per un’etichetta longeva ma che ha, speriamo, ancora molto da dire.

 

 

6.   Lang (o Lone) “Lang”

Il folk è stato uno dei generi principi della rinascita musicale cinese promossa attraverso il rock. Molti gruppi e cantanti folk sono così diventati beniamini del pubblico dei festival rock. Ma che succede quando è uno degli alfieri del rock più maledetto e nichilista a esplorare suoni acustici e introspettivi abbandonando pantaloni di pelle e chitarre elettriche? Già voce degli ormai estinti ma indimenticabili Joyside, Bian Yuan insieme all’ex compagno Fan Bo abbandonano le orme di Johnny Rotten per seguire quelle di Leonad Cohen e così vede la luce “Lang”, culmine di un progetto musicale che esiste già da 7 anni, ma che solo ora prende forma fisica. Ritmo lento, chitarre acustiche, fisarmonica e violino, sono gli elementi di un disco che rivela l’altra faccia di un musicista che ha già lasciato un solco profondo nella storia recente del rock cinese; una faccia che sembra ora ancora più vera e personale. L’unica cover del disco è una versione in cinese dell’italiana Bella Ciao, un’ulteriore piacevole sorpresa.

 

 

7.  Hang On the Box “Kiss Kiss Bang Bang” (Tree Music)

“Tremate, tremate le streghe son tornate!”

Le Hang On the Box sono state una delle primissime manifestazioni al femminile del punk cinese, a partire dal 1998 una serie di dischi, concerti e persino un tour in America, poi sempre più rarefatti fino a sparire nel 2007. Qualche anno fa voce di un ritorno su iniziativa della cantante e leader Gia. Nel 2012 altre voci di un ritorno in studio per l’etichetta elettro-indie Tree ,e finalmente poche settimane fa l’arrivo di “Kiss Kiss, Bang Bang”, un ep di 5 brani che include anche una toccante cover di Down By The Water dei The Drums.

Oggi le Hang On the Box sono un trio femminile che ha limato l'impulsività degli inizi, Gia ha imbracciato la chitarra per espandere il lessico del gruppo, portandolo anche verso episodi strumentali più psichedelici.

Oggi la stessa formazione si esibisce anche con il nome Girl Kill Girl, estensione naturale del gruppo madre.

Vista la significativa presenza femminile nelle nuove band emergenti, e in attesa del nuovo album dei Subs, questo disco è un auspicio che il 2014 del rock cinese potrebbe essere dipinto di rosa.

 

 

8. Dingke “Our Home” (Tree Music)   

A Dingke piacciono le atmosfere malinconiche, suonare il piano al ritmo delle foglie che cadono, e molto probabilmente anche i film sentimentali taiwanesi. Nel caso, sono sicuro apprezzerebbe anche Ludovico Einaudi.

Negli ultimi anni ha composto diversi album, singoli e colonne sonore tra cui, sempre nel 2013, quella del film “Blooming Times” che riporta a quelle atmosfere romantiche di alcuni film da Taiwan e Giappone popolari tra adolescenti. “Our Home” contiene 10 bozzetti in cui si alternano diversi strumenti acustici tra cui domina il pianoforte. Piccole composizioni autunnali, rarefatte, che incedono con lenta malinconia.

 

 

9.    Zhaoze “Yond”

Anche nella classifica dello scorso anno erano presenti i Zhaoze con il loro precedente “1911”, e la loro forma espressiva non è cambiata: lunghe composizioni strumentali post-rock arricchite dal suono del guqin. Sulla carta “Yond” sembrerebbe il disco perfetto, e a giudicare dalla bella confezione anche il più ambizioso. Eppure c’è qualcosa nella produzione sonora che stona e impedisce ai Zhaoze di trasmettere la loro passione e grandezza. Far convergere tradizione musicale con forme nuove e così aperte è un esperimento difficile e pieno di ostacoli, ma “Yond” dimostra che gli Zhaoze sono sulla sentiero giusto.

 

 

10.  Baishui “Sui Yin Za Ji – Diary of Broken Sounds”

Baishui è un artista solitario ma prolifico, “Sui Yin Za Ji” è infatti il suo nono album. Come molti altri solisti provenienti dal sud della Cina, come Huan Qing e Li Daiguo, la sua musica è rarefatta e meditativa, e ha una costruzione circolare.

Elementi acustici folk e manipolazioni elettroniche si uniscono in un dialogo armonioso e fluido, memore degli esperimenti di genetica musicale di Dou Wei. Una voce femminile appare nei due momenti più felici di questo viaggio.

 

 

P.S.:

Qualche altro disco che avrebbe meritato di essere in classifica e che ha il potere di colorare il cielo di Pechino:

- Pentatonic "What Syndrome is" - Grande ritorno, post-rock estremamente melodico. Un disco per anime sensibili.

- The Fuzz "Shei hui zuo benpao de ma" - Post-punk che guarda alla terra d'Albione ma se la distanza geografica si fa sentire; comunque meritano attenzione.

- Xiongxiong: "bajiu dianzhong de taiyang" - Menestrello folk curioso e visionario, non a caso c'è lo zampino di Xiao He.

- CNdY "Hi-Fi" - I Chemical Brothers pechinesi? E' stato un anno importante per loro, ma gli manca ancora qualcosa per farci rimpiangere un vero dj.

- Wang Juan "Menghu" - Cantautrice folk sedotta dall'elettronica. Ma non è Wang Fei, e il suo precedente Geminitrip è difficilmente superabile.

- After Argument "Furs of Time" - Yang Haisong è instancabile: voce dei PK14 (vedi sopra), produttore (vedi The Fuzz), e due progetti parelleli, Dear Eloise e After Argument. Qui si accompagna con la batterista Zaza, e imbraccia la chitarra. Ruvidi, e rumorosi.

- Carsick Cars "The Other 3 ep" - Un mini cd-r che anticipa il nuovo e terzo disco di un gruppo che non ha bisogno di presentazioni. Saranno nella classifica dell'anno prossimo.